Informazioni su pat1789

Patrizia Tocci nata nel 1959. Ha al suo attivo 5 pubblicazioni che riguardano poesie e prose. Scrive su riviste e giornali, si interessa di poesia e letteratura , collabora con Il Centro , quotidiano regionale abruzzese

Silone e Fontamara in un murales

In terra d’ Abruzzi
Sarebbe stato contento, Ignazio Silone anzi Secondo Tranquilli nato a Pescina dei Marsi nel 1 maggio del 1900, autore di Fontamara, romanzo tradotto in 27 lingue. Lui che aveva vergato di suo pugno queste frasi in un foglio manoscritto “mi piacerebbe essere sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Bernardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino in lontananza.” E che sotto quella torre è stato sepolto. Lui che aveva raccontato le sue radici, ricostruito il mondo dei Cafoni nel suo romanzo in cui persino il titolo sa d’Abruzzo ( esiste anche Monte Amaro) . A Davos, in Svizzera, mentre scriveva con l’occhio della memoria vedeva quelle strade, sentiva quelle voci: pensava e ricordava. Di uno dei tanti ritorni a Pescina lascia testimonianza in “Ai piedi di un mandorlo” : “questa realtà che mi sta di fronte, l’ho portata per tanti anni in me, parte integrante, anzi centrale di me stesso. Conoscevo ogni vicolo, ogni casa, ogni Fontana, ogni porta, ogni finestra, e chi vi si affacciasse e in quali momenti.” Sarebbe felice di vedere, passeggiando per Aielli, in provincia dell’ Aquila, una parete intera di 100 metri quadri completamente ricoperta dalle parole di Fontamara. Siamo nel Borgo Universo, nella Marsica, dove il writer Alleg con un gruppo di artisti, sta riempiendo lo spazio bianco con tutte le parole del libro. Moderne tecnologie come quelle della Street Art si sposano con la lettura tradizionale . Di Fontamara, del piccolo mondo contadino descritto nel suo capolavoro, cominciano a perdersi le tracce : del mondo che per noi ha creato e confinato sulle pagine del suo libro, ora resta anche una ulteriore testimonianza : “una sera che la nostalgia s’era fatta in me più pungente, con mia grande sorpresa, ho trovato sull’ uscio della mia abitazione…” Il seguito potete leggerlo nel libro, definito “ il romanzo della plebe meridionale”. Oppure, ora, anche andando a vedere il murales.



come è profondo il mare

Venditori ambulanti sulla spiaggia

Com’è profondo, il mare.

Appena lasci alle spalle il vialone trafficato e strombazzante, vedi subito la linea del mare. Te la indicano come una freccia le palme altissime che sembrano minareti sull’ orizzonte cittadino: un nastro più scuro che separa nettamente il cielo dal mare. I due azzurri si specchiano e si insidiano; si riflettono uno nell’altro per sfumare laggiù, dove l’occhio non arriva ma il desiderio sì. Qualche vela bianca triangolare trasforma tutto in un poster. Anche stavolta raccoglierò qualche conchiglia dalla mareggiata di ieri, una madreperla, un legnetto leggero, un sassolino particolare. Eppure non puoi togliere nulla dall’ acqua e dal mare. Subito le cose perdono luccicanza, diventano banali; muoiono i riflessi madreperlacei, l’iridescenza che ti aveva attirato. Finiranno con altre in fondo a quel cassetto buio della scrivania, insieme a souvenir di terra.
La spiaggia è già piena, il mare piatto. Già tutta spalancata, la foresta di ombrelloni e palme; sotto, bagnanti seminudi e costumi policromi. Ronzìo da alveare: di miele e di abbronzanti appiccicosi profuma l’aria. In alto aquiloni leggerissimi: a terra, sdraio e lettini circoscrivono uno spazio in cui si convive un po’ a fatica, come nei condomini. Un uomo atletico e abbronzatissimo fuma nervosamente; un nugolo di bambini seppellisce, come gli indiani Sioux, un piccolo nemico ferocissimo. Il rumore del mare si percepisce appena, in mezzo al frastuono di palloni che sfuggono a provetti calciatori, ai nuotatori in fila Indiana che si tuffano nel mare che, bontà sua, ci accoglie indistintamente nel suo grande abbraccio. Brutti belli magri vecchi giovani timidi sfrontati bianchi neri. Il mare è una specie di livella: azzera le convenzioni sociali e ci mostra così come siamo, nudi, inermi, fragili. Umani.
Forse ci ricorda quando eravamo poco più di un girino, nel ventre scuro di una donna. Ci rimette in sintonia con quel battito del nostro cuore, con il respiro del mondo. Persino i piedi, che normalmente costringiamo dentro oscure e strette scarpe rigide, godono della ritrovata libertà. Se ne stanno leggeri sulla sabbia e recuperano un gusto, una sapienza del camminare che avevamo perduto; la pelle riacquista i suoi sensori sensibilissimi e ci avvisa. Che delizia dimenticarsi nella sabbia tiepida, perdere tempo per perdere tempo. Che delizia abbandonarsi all’ acqua inizialmente fredda e poi passare a sentirla tiepida e poi calda. Tutto il nostro corpo riscopre l’essenzialità, recupera una dimensione infantile che credevamo perduta, ci regala impressioni, piccole variazioni, emozioni.
I bambini, tradizionalmente ancora armati di paletta e secchiello, presidiano con pervicacia il bagnasciuga; tra la sabbia e l’acqua crescono castelli. Costruzioni temporanee ed effimere, piene forse di creature magiche, pronte ad andare in rovina da un momento all’altro. Eppure stabilmente dentro il tempo della vita, quello che guida, come una meridiana nascosta, i nostri passi.
Guardo la sabbia e respiro, come fosse un piccolo giardino zen. Cerco di non sentire la telefonata lunghissima all’amica dell’ amica. Mi concentro sugli infiniti granelli di sabbia: piccoli avvallamenti mi ricordano le dune, il deserto. La colpa è anche del sole che costruisce ombre dolcissime. Non ho mai visto il deserto, ed è un viaggio che vorrei fare. Conosco soltanto deserti di neve, silenziosi, immobili, in cui emergeva a fatica qualche piccolo segno nero; su quel foglio bianco appena si intravedeva un filo spinato, la testa di un girasole ormai secco, qualche albero scheletrito. Un orizzonte chiuso tra montagne bianche. Quello della montagna è un orizzonte cupola: ti accerchia e ti raccoglie, con grande affetto ma un po’ ti imprigiona. Il deserto e il mare devono avere invece orizzonti simili, ti spingono sempre a pensare che dall’ altra parte ci sia ancora terra e mare, mare e terra. Ogni volta che vedo il mare – la memoria letteraria non mi da tregua – penso ad Omero e al greco: Talassa, sostantivo femminile. Forse da quel liquido amniotico tutti discendiamo, e attraverso passaggi ed odissee, ci trasformiamo da girini in uomini e donne, adulti o bambini, e frequentiamo le spiagge.
Un suono diverso, un richiamo sorpassa l’intensità del rumore: è un saluto incomprensibile ma cordiale, un torrente di sillabe e parole: due simili si sono incontrati e riconosciuti. Hanno vestiti leggeri e scarpe pesanti, sepolti sotto innumerevoli oggetti tra i quali spiccano lunghi e colorati i teli da spiaggia. Due arcobaleni si avvicinano e si abbracciano. Dopo l’abbraccio inizia un fitto dialogo che non capisco, ma posso intuire. E immagino: case lontane, altri che restano ed aspettano; immagino altri cibi, suoni e colori. Loro, invece, sono qui. Si attardano ancora nel colloquio, ormai diventato quasi un sussurro: sembrano due statue altissime, due baobab. Poi scacciano via la nostalgia, insieme ad una mosca fastidiosa e si salutano; le braccia riemergono, si alzano, si riempiono ancora di cianfrusaglie. Si separano in direzioni opposte. Attraversano con abilità foreste di corpi chiari, dribblano con delicatezza ombrelloni e dormienti.
Camminano e camminano e si portano dietro, insieme ai colori della nostalgia, anche quello della mia giornata.



Ricordi di scuola ( in terra d’ Abruzzi )

Immagine

Una delle più belle e originali dichiarazioni d’ amore che io conosca è stata fatta grazie al telegrafo, in un piccolo paese di montagna. Sembra uno di quei copioni teatrali dal sapore perduto: il maestro della scuola elementare manda un messaggio d’ amore attraverso il telegrafo con richiesta di nozze all’operatrice del locale ufficio delle poste. Fu artefice di questo romantico gesto ( così mi racconta Dante Capaldi, una vita anche la sua trascorsa nella scuola) il mio primo maestro delle elementari: si chiamava Avelio. Da mocciosi ci trasformò in ragazzi e ragazze. Era facile all’ ira, soprattutto con i più indisciplinati; ma anche alla dolcezza. I segnacci rossi che lasciava sui nostri compiti sembravano tanti pioli su cui bisognava salire. Facevamo colazione e ricreazione nel giardino della scuola, una masnada di bambini: qualche scapaccione affettuoso per riportare l’ordine in una pluriclasse mista, dalla prima alla quinta. Anche I miei ricordi sfilano a volte con il nitore ordinato di un abbecedario : la cartella marrone, il sussidiario, il mappamondo rotondo, le cartine alle pareti altissime, la stufa enorme e quel freddo di una piccola scuola di montagna. Ho ritrovato il maestro Avelio molti anni dopo e non fu facile riassumere in poche parole tanti anni, né per lui né per me. Un maestro è qualcuno che ha avuto fiducia in te, ti ha aiutato a crescere: questo fanno, i buoni maestri, gli educatori. Sorvegliano, suscitano, intuiscono la potenzialità nascosta in ogni scolaro. Da insegnante mi capita di incontrare quegli sguardi, ogni mattina, anche quando cercano di nascondersi dietro gli zaini, dietro la frangia dei capelli o cercano di difendersi con un’aria annoiata. Gli amori e gli odi, le domande e le risposte sono le stesse. Si cerca di crescere, insieme . Così sembra, quasi, di non invecchiare mai. Dal primo maestro, agli altri che ho incontrato nel mio percorso. E che vorrei ringraziare così.
©️Patrizia Tocci pubblicato oggi su #ilcentro
#carboncino #montagnabruzzese #scuola ringrazio
Dante Capaldi per lo spunto del racconto. E Piero Anchino, come sempre.



Ricordi di scuola

Una delle più belle e originali dichiarazioni d’ amore che io conosca è stata fatta grazie al telegrafo, in un piccolo paese di montagna. Sembra uno di quei copioni teatrali dal sapore perduto: il maestro della scuola elementare manda un messaggio d’ amore attraverso il telegrafo con richiesta di nozze all’operatrice del locale ufficio delle poste. Fu artefice di questo romantico gesto ( così mi racconta Dante Capaldi, una vita anche la sua trascorsa nella scuola) il mio primo maestro delle elementari: si chiamava Avelio. Da mocciosi ci trasformò in ragazzi e ragazze. Era facile all’ ira, soprattutto con i più indisciplinati; ma anche alla dolcezza. I segnacci rossi che lasciava sui nostri compiti sembravano tanti pioli su cui bisognava salire. Facevamo colazione e ricreazione nel giardino della scuola, una masnada di bambini: qualche scapaccione affettuoso per riportare l’ordine in una pluriclasse mista, dalla prima alla quinta. Anche I miei ricordi sfilano a volte con il nitore ordinato di un abbecedario : la cartella marrone, il sussidiario, il mappamondo rotondo, le cartine alle pareti altissime, la stufa enorme e quel freddo di una piccola scuola di montagna. Ho ritrovato il maestro Avelio molti anni dopo e non fu facile riassumere in poche parole tanti anni, né per lui né per me. Un maestro è qualcuno che ha avuto fiducia in te, ti ha aiutato a crescere: questo fanno, i buoni maestri, gli educatori. Sorvegliano, suscitano, intuiscono la potenzialità nascosta in ogni scolaro. Da insegnante mi capita di incontrare quegli sguardi, ogni mattina, anche quando cercano di nascondersi dietro gli zaini, dietro la frangia dei capelli o cercano di difendersi con un’aria annoiata. Gli amori e gli odi, le domande e le risposte sono le stesse. Si cerca di crescere, insieme . Così sembra, quasi, di non invecchiare mai. Dal primo maestro, agli altri che ho incontrato nel mio percorso. E che vorrei ringraziare così.
©️Patrizia Tocci pubblicato su #ilcentro
#carboncino #montagnabruzzese #scuola



Un frutto dimenticato ( Carboncino)

Sull’ altalena ( Carboncino)

Da giovane è stato un hippy. Ha girato il mondo. In India, in Cina e nel deserto. I suoi racconti li ascolti volentieri. Viaggi fatti con poche lire, ma con una curiosità sempre inappagata. Poi, ci si stabilisce in un luogo, uno dei tanti. Lavoro, famiglia e un camper che per alcuni anni soddisfa ancora il bisogno di andare e conoscere luoghi diversi. Mi racconta la sua vita e io la scrivo, a volte. Nascono così ricordi di seconda mano. Mi parla di un frutto misterioso, color rosso corallo, morbido, saporito, che ha un gusto indefinibile. Scavalcava un cancello ed un muro per rubarlo: ora però non ne ricorda il nome . E c’era solo quell’ albero in tutta la città. Che forma ha l’ albero o la foglia – gli chiedo, per aiutarlo a ricordare. Lo provoco: forse non esiste. Forse è solo uno dei tuoi sogni. Oppure snocciolo, divertita: sarà una mela asprigna? Una bacca di ginepro? Una nespola troppo matura? Macché! Forse ricordi male o potrebbe essere un frutto giapponese, venuto a nascere per sbaglio in quella città, nascosta tra una chiostra di montagne.
Poi, la vita è una sorpresa continua. E un giorno di un autunno mite, mentre passeggiamo accanto al mare eccolo! Il frutto rosso, tondo, con la buccia increspata, e dentro la polpa morbida. Eccolo lì, come si fossero dati appuntamento proprio su quel lungomare, in quella aiuola. Come un amico che non vedi da tanto: cambiato quel poco che lo riconosci subito. Eccolo, il frutto che risale le discese e le scalinate dell’ infanzia, ricorda sassaiole, giochi semplici. E’ rimasto in un angolino di un libro, il sapore del corbezzolo. Stava nascosto in giardino proibito, dietro un cancello aguzzo e difficile da scavalcare, proprio accanto a un muretto sbreccato, protetto dal vento e dalla neve. Perché così fa la vita: ti afferra alla gola, ti adesca con un sapore mai del tutto perduto, e sei sempre bambino, su quell’ altalena che sai.