Informazioni su pat1789

Patrizia Tocci nata nel 1959. Ha al suo attivo 5 pubblicazioni che riguardano poesie e prose. Scrive su riviste e giornali, si interessa di poesia e letteratura , collabora con Il Centro , quotidiano regionale abruzzese

Un frutto dimenticato ( Carboncino)

Sull’ altalena ( Carboncino)

Da giovane è stato un hippy. Ha girato il mondo. In India, in Cina e nel deserto. I suoi racconti li ascolti volentieri. Viaggi fatti con poche lire, ma con una curiosità sempre inappagata. Poi, ci si stabilisce in un luogo, uno dei tanti. Lavoro, famiglia e un camper che per alcuni anni soddisfa ancora il bisogno di andare e conoscere luoghi diversi. Mi racconta la sua vita e io la scrivo, a volte. Nascono così ricordi di seconda mano. Mi parla di un frutto misterioso, color rosso corallo, morbido, saporito, che ha un gusto indefinibile. Scavalcava un cancello ed un muro per rubarlo: ora però non ne ricorda il nome . E c’era solo quell’ albero in tutta la città. Che forma ha l’ albero o la foglia – gli chiedo, per aiutarlo a ricordare. Lo provoco: forse non esiste. Forse è solo uno dei tuoi sogni. Oppure snocciolo, divertita: sarà una mela asprigna? Una bacca di ginepro? Una nespola troppo matura? Macché! Forse ricordi male o potrebbe essere un frutto giapponese, venuto a nascere per sbaglio in quella città, nascosta tra una chiostra di montagne.
Poi, la vita è una sorpresa continua. E un giorno di un autunno mite, mentre passeggiamo accanto al mare eccolo! Il frutto rosso, tondo, con la buccia increspata, e dentro la polpa morbida. Eccolo lì, come si fossero dati appuntamento proprio su quel lungomare, in quella aiuola. Come un amico che non vedi da tanto: cambiato quel poco che lo riconosci subito. Eccolo, il frutto che risale le discese e le scalinate dell’ infanzia, ricorda sassaiole, giochi semplici. E’ rimasto in un angolino di un libro, il sapore del corbezzolo. Stava nascosto in giardino proibito, dietro un cancello aguzzo e difficile da scavalcare, proprio accanto a un muretto sbreccato, protetto dal vento e dalla neve. Perché così fa la vita: ti afferra alla gola, ti adesca con un sapore mai del tutto perduto, e sei sempre bambino, su quell’ altalena che sai.



Natalia Ginzburg, una Corsara in Abruzzo ( In terra d’Abruzzi )

Immagine

Neve di primavera di @ Edda ecle ragone

Neve di primavera di @ Edda ecle ragone

In terra d’ Abruzzi, per la seconda mia rubrica che ospita Il Centro, vi parlo del bel libro che @sandra petrignani ha dedicato a Natalia Ginzburg ed in particolare anche agli anni trascorsi al confino insieme al marito Leone Ginzburg.
Su un sentiero pieno di neve, c’è la scrittrice Natalia Levi in Ginzburg, mentre trascorre a Pizzoli, nell’ Abruzzo aquilano, gli anni del confino con suo marito, Leone. La scrittrice ne Le piccole virtù racconta : “ in Abruzzo non c’è che due stagioni: l’ estate e l’ inverno. La primavera è nevosa, ventosa come l’ inverno e l’autunno è caldo, limpido come l’ estate; quando la prima neve cominciava a cadere, una lenta tristezza si impadroniva di noi.” Scelse come pseudonimo Alessandra Tornimparte ( Tornimparte è un altro comune del circondario aquilano). Nel 1964, raccogliendo alcuni racconti per Einaudi, la scrittrice ci rivela nella prefazione date e località. La strada che va in città, scritto a Pizzoli, dal settembre al novembre 1941, risveglia ricordi: “ i miei personaggi erano la gente del paese, che vedevo dalle finestre e incontravo sui sentieri”; “ la strada che tagliava in mezzo il paese, fino alla città di Aquila, era venuta anche lei dentro la mia storia”. Altro racconto ambientato a Pizzoli è Mio marito ( 1941); la casa in cui vivevano dava sulla piazza, dove c’era la fontanella, le donne con gli scialli neri. C’è ancora la stanza con l’ aquila dipinta sul soffitto: la stessa che aveva visto Natalia. Questa ed altre Informazioni ci offre Sandra Petrignani, nel suo recente libro La Corsara, ritratto di Natalia Ginzburg in cui ricostruisce la vita di Natalia, dei luoghi abitati e frequentati dalla scrittrice, intervista testimoni: illumina periodi bui con dettagli e ricostruzioni filologiche, citazioni dai libri e ci rende contemporanea Natalia, come se camminasse ancora con noi.Così diventano, per noi abruzzesi, una miniera le pagine dedicate al confino di Pizzoli. Resta sempre qualcosa di magico nei luoghi in cui hanno abitato gli scrittori e gli artisti. Sarebbe importante averne cura, farne memoria: non solo attraverso la pagina scritta ma anche salvando, per tutti, le tracce del loro passaggio.

#interradabruzzi
#ilcentro Sandra Petrignani #nataliaginzburg #patriziatocci



In terra d’Abruzzi ( rubrica Il Centro)

Sotto il nome di “Aprutium” che forse vuol dire scosceso, c’è la nostra terra: , divisa in Abruzzo Citeriore e Ulteriore, accorpata con il Molise, ridivisa e quasi pronta per essere inserita in una macro-regione. Inseguiremo scrittori, viaggiatori, pittori, poeti: tra la montagna e il mare, nei reticoli delle città, nei piccoli paesi dell’ entroterra; abitudini, costumi, colori, profumi, cibi antichi e parole dimenticate saranno le nostre guide. Su un sentiero pieno di neve, c’è la scrittrice Natalia Levi in Ginzburg, mentre trascorre a Pizzoli, nell’ Abruzzo aquilano, il periodo del confino con suo marito, Leone. La scrittrice ne Le piccole virtù racconta: “ in Abruzzo non c’è che due stagioni: l’ estate e l’ inverno. La primavera è nevosa e ventosa come l’ inverno e l’autunno è caldo e limpido come l’ estate; quando la prima neve cominciava a cadere, una lenta tristezza si impadroniva di noi.” Il racconto venne pubblicato nel 1941 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte ( Tornimparte è un altro comune del circondario aquilano). Nel 1964 i sei romanzi furono raccolti in un volume, per Einaudi; nella prefazione, la scrittrice ci svela date, località. La strada che va in città, scritto a Pizzoli, dal settembre al novembre 1941, risveglia i suoi ricordi: “ i miei personaggi erano la gente del paese, che vedevo dalle finestre e incontravo sui sentieri”; “ la strada che tagliava in mezzo il paese, fino alla città di Aquila, era venuta anche lei dentro la mia storia”. Un altro racconto ambientato ancora a Pizzoli, è Mio marito ( 1941); la casa in cui vivevano che dava sulla piazza, , la fontanella, le donne con gli scialli neri: ci sono, ancora. Così la biblioteca comunale, intitolata a Leone e Natalia: i figli e gli eredi si sono recati nel piccolo comune abruzzese, lasciando in dono libri e ricordi. Tra passato e presente, dentro la nostra bella terra d’ Abruzzi. In cerca dei luoghi che resistono.
image



Alfabeto A come Alberi ( dedicato a Dante)

A come alberi ( Alfabeto di Patrizia Tocci) “Ma tosto ruppe le dolci ragioni / un alber che trovammo a mezza strada / con pomi a adorar soavi e buoni” ( Purg. XXII) . Vengono affidate agli alberi, nella Commedia splendide metafore: la celeste lasca, I giunchi che crescono nel fango, i roveti, le viti, gli altissimi alberi che si intravedono sulla dolce montagna del Purgatorio, l’ intrico dei rami con cui si apre il poema.Nel canto XIII, entrando nella selva dei suicidi, Dante stacca un rametto da un pruno. In risposta alla sua azione, un urlo :“ perché mi schiante?” E’ la pianta a domandare , anzi l’ uomo trasformato in pianta, secondo echi mitologici lontani. L’ albero del bene e del male, il giardino dell’ Eden, l’ albero della vita, i grandi baobab solitari parlano di noi e con noi: un dialogo che dura da millenni. I fratelli ulivi di D’ annunzio, i cipressetti o il melograno di carducciana memoria, il Ciliegio di Montale, l’ albero mutilato dalla guerra di Ungaretti.Ogni volta che distruggiamo una pianta, che appicchiamo fuoco ai boschi, se ettari di verde fanno posto a deserti di cemento: quelle piante dovrebbero poter ricordarci che siamo in fondo“ sterpi” , incutendoci un po’ di terrore per le nostre continue malefatte. “ Non hai tu spirito di pietàde alcuno?” ci chiede ogni volta, ogni pianta. E’ la seconda domanda a cui non sappiamo rispondere.DSCF5663



La Cipolla ( Carboncino )

Tra l’ autunno e l’inverno, appena splende un giorno di sole, persino le commesse dei negozi
si affacciano sulla porta. Le spiagge tornano lunghe, vuote degli ombrelloni, e la notte dilaga rapidamente tra le case, presto, sempre troppo presto. Nei piccoli paesi di montagna si accendono i camini e I fumi salgono dritti nell’aria pulita. Ė una terra di nessuno quella tra l’autunno e l’inverno . Gli studenti -la generazione delle felpe- nascondono le orecchie nel cappuccio e le riempiono della loro musica. Portano tutti e tutte pantaloni stretti in fondo con il risvoltino alzato, da cui si intravvedono stinchi e caviglie nude. Sfidano così I rigori di un inverno ancora mite. Ricompaiono sciarpe e guanti, cappelli e baschi. Fumano le sigarette e il fiato. Sono giornate avare di luce e si riscopre il piacere del caldo di una casa, pensieri nascosti dietro vetri apwpannati. Arrivano zaffate di vento gelido, dal nord. Inizia il rituale dei regali; qualcuno ha già preparato l’albero di Natale. Le città scintillano. Siamo alla fine di un altro anno, con un po’ di nostalgia per quello che sta finendo. Bisognerebbe cominciare a guardare nello zaino del 2017, per vedere ciò che ci ha portato e che vorremmo conservare. Mi piacerebbe potervi augurare che il vostro zaino contenga, tra le altre cose, una cipolla. Perché la poesia è anche una cipolla. Levi uno strato, una foglia e sotto ancora un altro strato di carta velina e poi ancora e ancora, fino ad arrivare a quella specie di germe verde, il seme del cuore. Gli anni che si sovrappongono sembrano così sottili che qualche volta facciamo difficoltà a ricordare un nome, un volto, quel momento, quel giorno. Ma quelle ore, quei giorni e quei volti sono tutti dentro di noi. In una cupola trasparente. Se riesci a fare silenzio, tra tuoi pensieri, puoi sentirli piangere, puoi sentirli ridere. Sono la nostra povera ricchezza, il nostro sapore agrodolce. La nostra verità.

DSCF5700