IL PAESE CHE SOGNAVO

Ho trascorso l’infanzia in un piccolo paese di montagna,  Verrecchie in provincia dell’Aquila, ed ho sempre portato con me,  in tutte le successive transumanze e migrazioni “ quell’angolo di mondo che conteneva già tutto” come scriveva il mio conterraneo Ignazio Silone.

La chiesa, la piazza, la scuola elementare erano piene di bambini. Ricordo che  mio padre,  insieme ad altri genitori si recò, in una giornata piena di neve, al lontanissimo provveditorato dell’Aquila per chiedere lo sdoppiamento dell’ unica pluriclasse: c’era una sola aula, nella scuola, un solo maestro/a e tutte le classi insieme,  dalla prima alla quinta. Tornarono felici, quella volta: erano riusciti a strappare la promessa che avrebbero almeno diviso in due la masnada di bambini, due cicli e due maestri. Sembrò allora a tutti un grande passo avanti per il futuro del  piccolo paese e per quello dei figli. C’erano 3 negozi, sostanzialmente degli empori, dove potevi trovare di tutto; un   telefono pubblico, un bar, un medico condotto che arrivava soltanto per le questioni urgenti. E sulla piazza del paese, l’insegna tonda e gialla di Poste e Telegrafi. Tutti presidi di civiltà.

Poi, il tempo è trascorso anche in quel piccolo paese. Come tutti i paesi di montagna, la diaspora infinita, inarrestabile. Prima hanno chiuso l’asilo. Poi le scuole elementari. Pian piano i tre negozi.  L’ospedale più vicino, quello di Tagliacozzo, è stato in parte smantellato e continuamente minacciato di chiusura. Sopravvive a stento un bar, 2 ristoranti e qualche giovane coppia.  Un paese di anziani  attaccati a quelle radici e a quelle case: i giovani emigrati ed emigranti nei paesotti adiacenti o nella grande città. Loro restano, a riposo, tra la piazza e la chiesa, nodosi e magri, come i manici degli attrezzi che preparavano nelle lunghe sere d’inverno grazie a quel coltello a serramanico che tenevano sempre in fondo alle tasche dei pantaloni di fustagno; vecchi che stanno in circolo o in fila sul muretto, proprio come i pioppi che, un poco più in là,  lungo le rive del fiume Imele, guardano scorrere la vita con gli occhi velati dalla nostalgia. Rilucono da lontano, quelle teste bianche: come le margherite, ancora un po’ sgualcite dalla neve,  che s’affacciano nei prati al primo sole. Qualche mese fa  chiuso anche l’Ufficio postale, dopo una lunga serie di aperture a singhiozzo. L’ultimo presidio di uno stato sociale, quello che avevo studiato  sui libri di scuola, l’ultimo  gesto di attenzione per chi aveva  trasformato l’Italia in una grande nazione, fatto  studiare figli e figlie perché andassero lontano. Stanno cadendo tutte, una per una quelle teste bianche: ghigliottinate dalla razionalizzazione, dalla competitività, dalla globalizzazione e dalla corruzione. Non  hanno mezzi o non guidano, non possono nemmeno riscuotere più sul posto la loro piccola pensione.

E per questo straccio di stato sociale che hanno lavorato tutta la vita?Non è per questo stato sociale che pago tutte le mie tasse e che sopporto che altri non le paghino. E non è questo, il Paese che sognavo.

Patrizia Tocci©



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Informazioni su pat1789

Patrizia Tocci nata nel 1959. Ha al suo attivo 5 pubblicazioni che riguardano poesie e prose. Scrive su riviste e giornali, si interessa di poesia e letteratura , collabora con Il Centro , quotidiano regionale abruzzese

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