DONNE IN NERO

DONNE IN NERO

Due erano le direttrici lungo le quali si snodavano le avventure della mia infanzia: due luoghi magici, due colonne d’Ercole: la casa di Ilde, alla sommità del paese e il ponte sul fiume.Non bisognava oltrepassare la casa di Ilde: lì finiva il territorio noto e conosciuto nel quale potersi avventurare senza il controllo dei grandi.
Ilde era la bidella della scuola elementare: già avanti nell’età, sembrava possedesse poteri speciali per poter abitare da sola in quella strana casa in cima al paese. Era quello un periodo nel quale realtà e fantasia non avevano ancora confini precisi. Corse pazze, in salita fino a quella casa, senza fermarsi mai, lungo la scalinata: porte aperte, vasi fioriti e cataste di legna, galline e pulcini che razzolavano, qualche animale da soma legato ad una pietra sporgente dal muro. Arrivare fin lassù per gettare un sassolino contro la finestra, percuotere il battente della porta e fuggire via, sempre di corsa, scendendo le scale a rompicollo per approdare finalmente nella piazza. Oltrepassare quel punto di confine significava emanciparsi dall’infanzia, lasciarsi i divieti alle spalle, contestare la mappa dei luoghi inaccessibili. A distanza di anni, sembra più piccolo, più breve il percorso; ci sono le stesse scale e le stesse porte, chiuse però; mancano completamente quelle figure ieratiche che hanno accompagnato la mia infanzia: donne piccole, dai capelli bianchi, con i grembiuli neri sulle vesti scure; le mani sempre impegnate a cucire, sgranare, mondare: raramente abbandonate nel grembo, come due animali che riposano dopo una grande fatica. Donne, sedute appena fuori l’uscio, che ti interpellavano per sapere a quale famiglia appartenevi: solo allora, ti lasciavano andare. Ho sempre pensato che quelle donne avessero a che fare con la vita e con la morte e conoscessero anche il mio destino, gli intrecci ed i fili delle diverse generazioni: e così come intrecciavano i fili dei ricami avrebbero potuto fare e disfare, continuamente, la tela della vita.

image



CONDIVIDI !!!!
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • LinkedIn
  • MySpace
  • oknotizie
  • RSS
  • Twitter
  • Wikio
  • Wikio IT
  • Yahoo! Bookmarks

Dove nasce la poesia

TRASPARENZE

Dettagli, tasselli, tessere: quanto silenzio, in questi giorni. La poesia – le era stata preferita la prosa? – ha ripreso a parlare, a vivere. Da dove viene, questa onda anomala? Dalle sere dell’infanzia, quando il futuro sembrava soltanto un lunghissimo tunnel … Forse da un sentimento doloroso di inadeguatezza, di incapacità profonda di aderire al mondo e alle cose degli uomini, alle loro certezze e alle loro regole; questo strappo originario si è forse consumato sulle prime pagine lette: nasce da quei giorni il senso doloroso e profondo – ma potente – della vita che non mi ha mai abbandonato.
Dove nasce, il dono della poesia? Tra l’odore della legna secca che mio padre tagliava con colpi precisi e riponeva in un ordine appreso, anche per lui, dall’infanzia: forse da certe luci e foglie autunnali, forse dal profumo del pane mescolato a tutti gli altri provenienti dalle cantine. Dov’è nato, il dono della poesia? E’ stato portato dalle acque del fiume, dalla sua voce persistente, dall’odore delle mele messe a maturare sulla paglia – da quello del fieno tagliato; forse si è nascosto nelle fiori delle ortiche, un profumo aspro di mezzogiorni polverosi, alti e forti sotto il sole. E’ nato dai primi innamoramenti confusi, o forse dall’insonnia.
E’ nato, invece, dalla solitudine: in una crepa, in una ferita. Si è nascosto in una piega dolorosa. Ho tra le mani un tessuto trasparente in cui nascondere la solitudine. Nasce da questa stoffa, la poesia: ha questa consistenza refrattaria e morbida; somiglia ai lavori col tombolo, con l’uncinetto: una struttura esile che catena dopo catena si solidifica – appena intuibile, appena decifrabile; e poi da quell’intreccio di aria e filo, si materializza il ricamo. Per somiglianza, per assonanza ha la stessa struttura dei cristalli di neve: quella non esiste, ad occhio nudo, questa non si rivela; sta nascosta, ordinata e imprevedibile nei gomitoli dei giorni, in chissà quale punto del cielo.image



CONDIVIDI !!!!
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • LinkedIn
  • MySpace
  • oknotizie
  • RSS
  • Twitter
  • Wikio
  • Wikio IT
  • Yahoo! Bookmarks

Parole

imagesDZQ4TFVWDa dove vengono allora le parole
Quali sentieri le portano vicine e
Quali venti le spandono sul mare

E perché ne ho bisogno, quando tento
Di fermare la luce di un tramonto
O salutare la prima margherita
Ancora insonnolita e frettolosa,
Perché mi accompagnano nel sogno
O si nascondono in macchie di caffe

Da quando imparai che sono vive
M’inseguono, e a volte
Mi precedono.

E spesso sanno di un’ altra verità,
Attraversano epoche lontane
E mi stordiscono
col profumo di limone.

( Patrizia Tocci)



CONDIVIDI !!!!
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • LinkedIn
  • MySpace
  • oknotizie
  • RSS
  • Twitter
  • Wikio
  • Wikio IT
  • Yahoo! Bookmarks

Faville ( F come Faville, Alfabeto di Patrizia Tocci)

image F come Faville ( Alfabeto di Patrizia Tocci) “ poi, come nel percuotersi dei ciocchi arsi / surgono innumerevoli faville / onde gli stolti sogliono augurarsi “ (Par. XVIII) Nella cantica della luce, persino il fuoco partecipa dello splendore con le sue scaglie di luce, le scintille. Più volte Dante ricorre a metafore che riguardano la fiamma e il fuoco: fino a definire la sua stessa opera una favilla a cui seguirà un grande incendio. Nella tradizione contadina le faville venivano chiamate monachelle o monachine. Erano in contatto con il mondo superiore: salivano attraverso il buio fino alle stelle. Tutti conosciamo la magia del fuoco: quello acceso di notte sulla spiaggia, in una taverna tra amici, nel focolare di casa: sensazioni di intimità, benessere, allegria. Fuoco che ha difeso intere generazioni nella lotta contro il Generale Inverno. Il mio augurio è che possiate trovarvi attorno ad un camino reale o immaginario, insieme a tutti i vostri cari, anche quelli che non ci sono più. Sentirvi in una bolla di sapone, in un atomo di miele. Cibarvi più di emozioni e sentimenti che di piatti succulenti e dolci. Ritrovare vecchie radici, e nuove. Augurandoci, come fanno gli “sciocchi, che l’ anno nuovo sia migliore dell’ anno passato. Acquistando un’agenda, un calendario per sbirciare i giorni. Con il proposito di migliorare la nostra essenza, la nostra umanità.



CONDIVIDI !!!!
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • LinkedIn
  • MySpace
  • oknotizie
  • RSS
  • Twitter
  • Wikio
  • Wikio IT
  • Yahoo! Bookmarks