Bianconero

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Ci sono momenti in cui vorrei sparire e tornare soltanto dopo, come una gatta bianca che riappare sporca di nero e di fuliggine: andare lontano da quella mano che ti accarezza pensando di farti piacere ed invece è il suo piacere che si prende.
Giorni in cui mi metto addosso l’inquetudine; un cane nero, randagio, che pur avendo un luogo ed una ciotola piena scappa via perché non riesce a sopportare che tutto sia troppo buono, anche il padrone. Sono i giorni in cui bisogna scendere in profondità, non continuare a galleggiare tra scogli d’ansia: bisogna calare un secchio proprio in fondo al nero di un pozzo dove se ne sta silenziosa l’acqua. E bisogna chiedersi molte cose con l’ausilio del buio notturno: quelle stesse che al chiarore del giorno non saprei formulare.
Ci sono delle gazze bianconere.
Volano su questa baia di tetti scoloriti, atterrano per litigare e per contendere ai gatti e ai piccioni arruffati una porzione di spazio.
Le tegole dei tetti sono tanti tasti: suonano sempre lo stesso blues che conosco a memoria: note basse, così basse che non prevedono parole ma vanno ascoltate ad occhi chiusi. Ogni tanto s’unisce il campanile e la sua pietra bianca risuona lentamente; negli interstizi, tra una pietra e l’altra, i diesis sanno bene come continuare. Il mio scrittoio s’affaccia su questa baia, al secondo piano: e a volte desidero solo che avanzi una pagina bianca sulla quale spandere l’inchiostro nero negli interstizi e negli intarsi delle parole; che la nebbia sia l’unico fondale e la penna, giusta.



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DONNE IN NERO

DONNE IN NERO

Due erano le direttrici lungo le quali si snodavano le avventure della mia infanzia: due luoghi magici, due colonne d’Ercole: la casa di Ilde, alla sommità del paese e il ponte sul fiume.Non bisognava oltrepassare la casa di Ilde: lì finiva il territorio noto e conosciuto nel quale potersi avventurare senza il controllo dei grandi.
Ilde era la bidella della scuola elementare: già avanti nell’età, sembrava possedesse poteri speciali per poter abitare da sola in quella strana casa in cima al paese. Era quello un periodo nel quale realtà e fantasia non avevano ancora confini precisi. Corse pazze, in salita fino a quella casa, senza fermarsi mai, lungo la scalinata: porte aperte, vasi fioriti e cataste di legna, galline e pulcini che razzolavano, qualche animale da soma legato ad una pietra sporgente dal muro. Arrivare fin lassù per gettare un sassolino contro la finestra, percuotere il battente della porta e fuggire via, sempre di corsa, scendendo le scale a rompicollo per approdare finalmente nella piazza. Oltrepassare quel punto di confine significava emanciparsi dall’infanzia, lasciarsi i divieti alle spalle, contestare la mappa dei luoghi inaccessibili. A distanza di anni, sembra più piccolo, più breve il percorso; ci sono le stesse scale e le stesse porte, chiuse però; mancano completamente quelle figure ieratiche che hanno accompagnato la mia infanzia: donne piccole, dai capelli bianchi, con i grembiuli neri sulle vesti scure; le mani sempre impegnate a cucire, sgranare, mondare: raramente abbandonate nel grembo, come due animali che riposano dopo una grande fatica. Donne, sedute appena fuori l’uscio, che ti interpellavano per sapere a quale famiglia appartenevi: solo allora, ti lasciavano andare. Ho sempre pensato che quelle donne avessero a che fare con la vita e con la morte e conoscessero anche il mio destino, gli intrecci ed i fili delle diverse generazioni: e così come intrecciavano i fili dei ricami avrebbero potuto fare e disfare, continuamente, la tela della vita.

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Dove nasce la poesia

TRASPARENZE

Dettagli, tasselli, tessere: quanto silenzio, in questi giorni. La poesia – le era stata preferita la prosa? – ha ripreso a parlare, a vivere. Da dove viene, questa onda anomala? Dalle sere dell’infanzia, quando il futuro sembrava soltanto un lunghissimo tunnel … Forse da un sentimento doloroso di inadeguatezza, di incapacità profonda di aderire al mondo e alle cose degli uomini, alle loro certezze e alle loro regole; questo strappo originario si è forse consumato sulle prime pagine lette: nasce da quei giorni il senso doloroso e profondo – ma potente – della vita che non mi ha mai abbandonato.
Dove nasce, il dono della poesia? Tra l’odore della legna secca che mio padre tagliava con colpi precisi e riponeva in un ordine appreso, anche per lui, dall’infanzia: forse da certe luci e foglie autunnali, forse dal profumo del pane mescolato a tutti gli altri provenienti dalle cantine. Dov’è nato, il dono della poesia? E’ stato portato dalle acque del fiume, dalla sua voce persistente, dall’odore delle mele messe a maturare sulla paglia – da quello del fieno tagliato; forse si è nascosto nelle fiori delle ortiche, un profumo aspro di mezzogiorni polverosi, alti e forti sotto il sole. E’ nato dai primi innamoramenti confusi, o forse dall’insonnia.
E’ nato, invece, dalla solitudine: in una crepa, in una ferita. Si è nascosto in una piega dolorosa. Ho tra le mani un tessuto trasparente in cui nascondere la solitudine. Nasce da questa stoffa, la poesia: ha questa consistenza refrattaria e morbida; somiglia ai lavori col tombolo, con l’uncinetto: una struttura esile che catena dopo catena si solidifica – appena intuibile, appena decifrabile; e poi da quell’intreccio di aria e filo, si materializza il ricamo. Per somiglianza, per assonanza ha la stessa struttura dei cristalli di neve: quella non esiste, ad occhio nudo, questa non si rivela; sta nascosta, ordinata e imprevedibile nei gomitoli dei giorni, in chissà quale punto del cielo.image



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Parole

imagesDZQ4TFVWDa dove vengono allora le parole
Quali sentieri le portano vicine e
Quali venti le spandono sul mare

E perché ne ho bisogno, quando tento
Di fermare la luce di un tramonto
O salutare la prima margherita
Ancora insonnolita e frettolosa,
Perché mi accompagnano nel sogno
O si nascondono in macchie di caffe

Da quando imparai che sono vive
M’inseguono, e a volte
Mi precedono.

E spesso sanno di un’ altra verità,
Attraversano epoche lontane
E mi stordiscono
col profumo di limone.

( Patrizia Tocci)



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