Alfabeto A come Alberi ( dedicato a Dante)

A come alberi ( Alfabeto di Patrizia Tocci) “Ma tosto ruppe le dolci ragioni / un alber che trovammo a mezza strada / con pomi a adorar soavi e buoni” ( Purg. XXII) . Vengono affidate agli alberi, nella Commedia splendide metafore: la celeste lasca, I giunchi che crescono nel fango, i roveti, le viti, gli altissimi alberi che si intravedono sulla dolce montagna del Purgatorio, l’ intrico dei rami con cui si apre il poema.Nel canto XIII, entrando nella selva dei suicidi, Dante stacca un rametto da un pruno. In risposta alla sua azione, un urlo :“ perché mi schiante?” E’ la pianta a domandare , anzi l’ uomo trasformato in pianta, secondo echi mitologici lontani. L’ albero del bene e del male, il giardino dell’ Eden, l’ albero della vita, i grandi baobab solitari parlano di noi e con noi: un dialogo che dura da millenni. I fratelli ulivi di D’ annunzio, i cipressetti o il melograno di carducciana memoria, il Ciliegio di Montale, l’ albero mutilato dalla guerra di Ungaretti.Ogni volta che distruggiamo una pianta, che appicchiamo fuoco ai boschi, se ettari di verde fanno posto a deserti di cemento: quelle piante dovrebbero poter ricordarci che siamo in fondo“ sterpi” , incutendoci un po’ di terrore per le nostre continue malefatte. “ Non hai tu spirito di pietàde alcuno?” ci chiede ogni volta, ogni pianta. E’ la seconda domanda a cui non sappiamo rispondere.DSCF5663



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La Cipolla ( Carboncino )

Tra l’ autunno e l’inverno, appena splende un giorno di sole, persino le commesse dei negozi
si affacciano sulla porta. Le spiagge tornano lunghe, vuote degli ombrelloni, e la notte dilaga rapidamente tra le case, presto, sempre troppo presto. Nei piccoli paesi di montagna si accendono i camini e I fumi salgono dritti nell’aria pulita. Ė una terra di nessuno quella tra l’autunno e l’inverno . Gli studenti -la generazione delle felpe- nascondono le orecchie nel cappuccio e le riempiono della loro musica. Portano tutti e tutte pantaloni stretti in fondo con il risvoltino alzato, da cui si intravvedono stinchi e caviglie nude. Sfidano così I rigori di un inverno ancora mite. Ricompaiono sciarpe e guanti, cappelli e baschi. Fumano le sigarette e il fiato. Sono giornate avare di luce e si riscopre il piacere del caldo di una casa, pensieri nascosti dietro vetri apwpannati. Arrivano zaffate di vento gelido, dal nord. Inizia il rituale dei regali; qualcuno ha già preparato l’albero di Natale. Le città scintillano. Siamo alla fine di un altro anno, con un po’ di nostalgia per quello che sta finendo. Bisognerebbe cominciare a guardare nello zaino del 2017, per vedere ciò che ci ha portato e che vorremmo conservare. Mi piacerebbe potervi augurare che il vostro zaino contenga, tra le altre cose, una cipolla. Perché la poesia è anche una cipolla. Levi uno strato, una foglia e sotto ancora un altro strato di carta velina e poi ancora e ancora, fino ad arrivare a quella specie di germe verde, il seme del cuore. Gli anni che si sovrappongono sembrano così sottili che qualche volta facciamo difficoltà a ricordare un nome, un volto, quel momento, quel giorno. Ma quelle ore, quei giorni e quei volti sono tutti dentro di noi. In una cupola trasparente. Se riesci a fare silenzio, tra tuoi pensieri, puoi sentirli piangere, puoi sentirli ridere. Sono la nostra povera ricchezza, il nostro sapore agrodolce. La nostra verità.

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Un albero di cachi ( Carboncino )

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Le città d’inverno sono più tristi, soprattutto quando piove. Le pareti delle case trasudano bagnate e le persone si rifugiano in quell’ombrello casupola spaziale che è la propria macchina. Sfrecciano, sull’ asfalto bagnato a notevoli velocità e innaffiano i malcapitati pedoni che transitano sui marciapiedi laterali, districandosi tra ostacoli di ogni genere, riparati a malapena dai loro piccoli ombrelli. Per fortuna ci sono ombrelli così colorati che mettono di buon umore e che scatenano la voglia di camminare. Anche in una giornata uggiosa. Gli alberi sono spogli, in gran parte. Le finestre tutte chiuse. Gli autobus hanno vetri appannati. Qualche sempreverde sembra volersi far perdonare di essere proprio lì, in mezzo al traffico. Mi piacerebbe incontrare un albero di cachi: sapere così, accettare che siamo dentro l’inverno. Vorrei vedere dietro i suoi rami senza foglie, carichi di piccoli soli, l’intonaco di una casa screpolato, marrone o rosa; una finestra chiusa sulla quale proiettare tutte le fantasie.
Ho bisogno di quell’albero e del suo silenzio: nascosto in uno dei cortili della città; ma potrei accontentarmi di un’immagine intravista da un treno in corsa, una casa di campagna appoggiata ad un passaggio a livello dove finisce anche il sentiero. Potrei trovarne uno lungo un vialone di città, nascosto in mezzo a qualche sempreverde. La bellezza di quei frutti disposti con stupenda armonia lungo quei rami, scabri, essenziali, senza fogliame! Ho bisogno di fare spazio, sospendere il flusso del tempo in un fotogramma che duri soltanto un secondo…Ho bisogno di quell’albero. Per convincermi, per accettare che sia trascorso ancora tanto tempo – un altro anno della mia vita, dice il calendario.
Perché il tempo ci sfugge, ci scappa dalle dita, si frantuma in mille piccoli rivoli di impegni quotidiani e non c’è tempo per fermarsi a respirare.
Un albero, un albero di cachi da incontrare.



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Dante Maffia legge Nero è il cuore del papavero, ultimo romanzo di Patrizia Tocci

PATRIZIA TOCCI, Nero è il cuore del papavero, Chieti, Edizioni Tabula fati, 2017, pagg. 127.

C’è stato un lungo periodo durante il quale l’attenzione dei poeti e dei narratori è stata rivolta quasi esclusivamente alla madre, se si escludono i memorabili esempi di Camillo Sbarbaro, Alfonso Gatto e Salvatore Quasimodo, anche se non mancò un’antologia ricca e articolata curata da Luciano Luisi.
Da un po’ di anni a questa parte l’attenzione si è rivolta al padre e così sono fioriti romanzi e racconti che hanno sopperito alle manchevolezze.
Patrizia Tocci, già prosatrice e poetessa con libri di molto interesse come Un paese ci vuole, del 1990, Pietra serena, del 2000, e La città che voleva volare del 2010, dedica al padre un romanzo, Nero è il cuore del papavero, fresco di stampa.
E’ la ricostruzione di un mondo che ormai esiste soltanto nei libri di antropologia, ma che la scrittrice fa rinascere sull’onda calda della memoria per ridare vigore e sostanza ai ricordi, per ridisegnare la vita e l’anima di un uomo che sembra essere nato dalla terra e vissuto dentro le regole ancestrali di un Abruzzo immobile nei secoli, ma vivo e palpitante, ricco di quei mille rivoli d’amore che costituiscono l’affresco meraviglioso e dolorante della memoria.
Il romanzo non racconta storie complicate o avventurose, non offre intrecci che si sviluppano con concatenazioni a sorpresa, ma scorre lieve e accorato sulle vicende di un quotidiano che, direbbe Lorenzo Sterne, ha più forza e ragioni autentiche delle grandi avventure.
Sì, una vera e propria educazione sentimentale che focalizza, nella dolcezza più assoluta, le abitudini contadine, i dialoghi tra padre e figlia, i sospiri, addirittura, sullo sfondo di paesaggi meravigliosi ora ammantati del bianco della neve e ora colorati di fiori che sottolineano il bisogno della tenerezza.
La Tocci spesso non disdegna di dare pennellate di poesia, di soffermarsi su particolari che in sintesi offrono il carattere dell’uomo semplice che davvero sente crescere il grano e davvero è un albero, come sostiene la figlia.
Insomma, “Quanto vale una rosa d’inverno?”. Vale una intera esistenza e dimostra che i sentimenti sono l’osso e l’anima, come diceva Bartolo Cattafi, dell’umanità e che senza di essi tutto sarebbe una corsa verso l’inessenziale e l’inutile.
La scrittura di Patrizia Tocci oltre che poetica ha il pregio di portarci dolcemente dentro un rapporto che ci fa conoscere l’autenticità delle radici terragne di un luogo che sembra essere una pagina biblica. Infatti la ieraticità dei gesti, la rivisitazione delle tradizioni, i silenzi, le fioriture, le albe, i tramonti non sono soltanto descrizioni, ma momenti di comunione con la natura, essenze di comportamenti che danno senso allo scorrere della vita.
Un libro così sicuramente sarebbe piaciuto a Ignazio Silone e a Francesco Jovine. E’ piaciuto anche a me e a tutta la Giuria.

DANTE MAFFIA
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Nero è il cuore del papavero. L’ avventura di una scrittrice.

Tabula fati edizioni. 2017

Tabula fati edizioni. 2017

mi piace scrivere e forse è cominciato da quando ho imparato a leggere. Non so se sia necessario per essere un bravo scrittore essere anche un lettore Ideale, come scriveva Calvino. Questo ultimo libro, che vi affido, contiene un po’ di me: anzi, tanto di me. Ma non è una autobiografia nel senso stretto del genere. E’ qualcosa di più. E’ dedicato a io padre, eppure non solo a lui. Attraversa in un lampo ( sono appena 112 pagine) vari decenni della mia vita. E tutto sembra li, vicino, a portata di mano. Non è un libro dedicato alla cultura contadina, o almeno non è solo questo. Si parla della vita e del tempo, dell’ infanzia e della vecchiaia, della vita e della morte. Eppure ci sono anche il dolore e la gioia, i papaveri a frotte sui ciglioni impolverate, e quelle illuminazioni che ci attraversano in un attimo e sembrano volerci spiegare il senso della vita… Ho impiegato 5 anni, gli ultimi 5 anni a scriverlo. E sarai tu che mi stai leggendo a decidere se quel messaggio nascosto tra le pagine era scritto proprio per te, se quei pensieri che sembrano miei invece ti appartengono, ti intristiscono o ti consolano, ti emozionano. Mi piacerebbe recuperare questo distacco che si crea quando un libro è stampato tra L’ autore e il lettore. In me sono sempre stati fusi insieme e non saprei distinguerli. Ogni volta che leggo un libro sento anche tutti gli altri libri che mi parlano. E’ una specie di biblioteca viva che mi portò nella testa e nel cuore. Vorrei che tu leggessi questo libro cercando gli altri libri che ci sono, che potessi sentirne i diversi strati, come quelli di un dolce: il friabile, il liquoroso, quello morbido o il duro e croccante del cioccolato. Mi piecerebbe piacerti. Aspetto le tue impressioni di lettura.
Ah, si chiama: Nero è il cuore del papavero.fresco di stampa per le edizioni Tabula fati: ha una prefazione di Paolo Rumiz, la copertina di Antonello Santarelli ; puoi trovarlo in tutte le librerie ed anche su Amazon e ibs.it.
( il costo è di 11 euro.
Va in giro con le sue gambe e si è presentato a Pescara, presso il Mediamuseum: a Roma, alla biblioteca Rugantino; all’Aquilla nell’ auditorium ANCE giovedì 11 maggio; a Pescara presso la Liberia feltrinelli il 20 Maggio ed ancora a Pescara , nell’ ambito del Rosadonna Festival il 27 Maggio)
Grazie, lettore o lettrice sconosciuta. Aspetto le tue impressioni di lettura, se vorrai.



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