Un albero di cachi ( Carboncino )

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Le città d’inverno sono più tristi, soprattutto quando piove. Le pareti delle case trasudano bagnate e le persone si rifugiano in quell’ombrello casupola spaziale che è la propria macchina. Sfrecciano, sull’ asfalto bagnato a notevoli velocità e innaffiano i malcapitati pedoni che transitano sui marciapiedi laterali, districandosi tra ostacoli di ogni genere, riparati a malapena dai loro piccoli ombrelli. Per fortuna ci sono ombrelli così colorati che mettono di buon umore e che scatenano la voglia di camminare. Anche in una giornata uggiosa. Gli alberi sono spogli, in gran parte. Le finestre tutte chiuse. Gli autobus hanno vetri appannati. Qualche sempreverde sembra volersi far perdonare di essere proprio lì, in mezzo al traffico. Mi piacerebbe incontrare un albero di cachi: sapere così, accettare che siamo dentro l’inverno. Vorrei vedere dietro i suoi rami senza foglie, carichi di piccoli soli, l’intonaco di una casa screpolato, marrone o rosa; una finestra chiusa sulla quale proiettare tutte le fantasie.
Ho bisogno di quell’albero e del suo silenzio: nascosto in uno dei cortili della città; ma potrei accontentarmi di un’immagine intravista da un treno in corsa, una casa di campagna appoggiata ad un passaggio a livello dove finisce anche il sentiero. Potrei trovarne uno lungo un vialone di città, nascosto in mezzo a qualche sempreverde. La bellezza di quei frutti disposti con stupenda armonia lungo quei rami, scabri, essenziali, senza fogliame! Ho bisogno di fare spazio, sospendere il flusso del tempo in un fotogramma che duri soltanto un secondo…Ho bisogno di quell’albero. Per convincermi, per accettare che sia trascorso ancora tanto tempo – un altro anno della mia vita, dice il calendario.
Perché il tempo ci sfugge, ci scappa dalle dita, si frantuma in mille piccoli rivoli di impegni quotidiani e non c’è tempo per fermarsi a respirare.
Un albero, un albero di cachi da incontrare.



L come lucciole ( alfabeto di Patrizia Tocci)

“ …come la mosca cede alla zanzara,
Vede lucciole giù per la vallea
Forse cola’ dove vendemmia ed ara … Inferno, canto XXVI. Se fosse stato possibile il nostro viaggiatore pellegrino avrebbe portato con se una macchina fotografica. O forse no. Dante e’ un entomologo capace di costruire una geografia immaginaria tra microcosmo e macrocosmo, trasformare il dettaglio in una splendida metafora : mosche, lucciole e zanzare, piccolissimi insetti diventano essenziali nel suo mondo poetico. La mosca cede alla zanzara nel passaggio dalla primavera all’ estate, e con precisione quasi maniacale nell’ora del tramonto, quando le zanzare diventano più insidiose. Pasolini, negli Scritti corsari, usa la metafora della scomparsa delle lucciole per sottolineare “ un ricordo, abbastanza straziante del passato”. Eppure sembra stiano tornando, le lucciole: nonostante l’ inquinamento luminoso, i fitofarmaci e le monocolture. Conservo in me la ricchezza di aver visto da bambina – lucciole belle, venite da me, sono principessa son figlia del re – le lucciole sciamare nell’ inchiostro liquido della notte, tante quante le anime che bruciavano nella bolgia. Ognuno, come accade per l’ Ulisse che Dante ha immaginato, procede nel suo viaggio paradisiaco o infernale, illuminato e vinto dalla luce che porta con se’: quella del suo desiderio.
( ripr. riserv. Pubblicato su @ilcentro quotidianoregionale)