“MEMORIA NON è PECCATO, FINCHè GIOVA”

GIOVEDÌ, 20 FEBBRAIO 2014 -IL CENTRO – Pagina 19 – L’Aquila
Patrizia Tocci: guai a perdere la memoria
La docente e scrittrice: il 6 aprile 2009 vidi morire la città, ora serve orgoglio, condivisione e senso di appartenenza
L’INTERVISTA 6/ CINQUE ANNI DAL TERREMOTO di Monica Pelliccione Tra le pietre antiche, sui muri lesionati dove si sono aperte profonde ferite, spuntano i gigli. Fiori di ferro, piantati qua e là. Se ne trovano a decine nel centro storico aquilano. Simbolo di una città battuta ciclicamente dal sisma. Emblema di una terra che non vuole arrendersi alla furia della natura. Patrizia Tocci lo sa bene. Nel 2006 ha iniziato a studiare il significato intrinseco di quei gigli, narrati a più riprese dalla poetessa aquilana, Laudomia Bonanni. Strani simboli legati alla storia passata, al sisma del 1703. Ma la storia ritorna, con il suo passato che diventa presente. La notte del terremoto i gigli erano sui muri, silenziosi. Tutt’intorno, devastazione e paura. Patrizia Tocci, quali ricordi riaffiorano alla mente, di quei terribili momenti? «La mia casa era in centro, vicino a San Pietro. Alla scossa delle 22,30 abbiamo abbandonato la nostra abitazione per rifugiarci in un camper posizionato vicino al cinema Movieplex. È da lì che ho assistito, inerme, alla morte della mia città. Pochi secondi per spazzare via tutto. Ricordo luci arancioni fiammeggiare nel buio della notte, mentre dal finestrino del camper vedevo cadere giù tutto: le case, i sogni, la mia terra. Ho capito subito che non avrei rivisto la mia casa, almeno non come l’avevo lasciata». Quando ha preso coscienza che qualcosa era mutato per sempre? «La mattina presto, all’alba, io e mio marito siamo saliti in sella a un motorino per raggiungere la nostra casa. Da fuori sembrava integra, in realtà dentro era completamente lesionata. Un gesto d’impeto, quello di correre in centro, quasi irragionevole. Tutti erano andati via, fuggiti e il quartiere era già deserto. Continuavo a telefonare al mio numero di casa, solo per sentir entrare la segreteria telefonica, che avevo attivato da poco ed era ancora in lingua danese, perché non avevo trovato il modo di inserire l’italiano. Sentire la voce della segreteria mi dava calore, quasi fossi di nuovo a casa». Ma il centro storico era un ammasso di macerie: un’immagine indelebile di dolore e disperazione. «Ricordo solo macerie, frontoni caduti, ovunque massi e polvere. Mi sentivo impotente e fragile, pervasa da un’incredulità che non mi dava tregua. Continuavo a guardare la città con gli occhi della memoria. Per mesi mi sono portata dietro questa sensazione, rifiutandomi persino di indossare scarpe con il tacco. Era come se non riuscissi più a fidarmi della terra che calpestavo. Una sensazione che non mi ha ancora abbandonata». Nel 2012 è stato pubblicato il libro «I gigli della memoria»: una narrazione collettiva che ripercorre, attraverso 55 testimonianze, le prime ore dopo il sisma. Com’è nata l’idea? «In realtà, già dal 2006 avevo iniziato a studiare la presenza dei gigli sui muri della città. Quei fiori in ferro battuto che spuntavano sui muri degli antichi palazzi e che servivano a tenere legate le travi principali. Ho cercato nei vicoli e li ho trovati, molti. Ho scoperto che erano posizionati quasi sempre in alto, nei piani più elevati. Una passione, quella per i gigli, sbocciata leggendo Laudomia Bonanni, che riconduceva la loro presenza al terremoto del 1703. Ma il mio interesse era solo da studiosa. Mai avrei immaginato che, di lì a tre anni, la catastrofe si sarebbe ripetuta. Ho maturato l’idea di raccogliere delle testimonianza legate al sisma e al simbolo della città». I gigli come ricordo della terra ballerina e della forza della natura? «Una sorta di memoria storica: questo vuol essere il libro I gigli della memoria. Una testimonianza da lasciare ai posteri, che racconta le prime dodici ore dopo il terremoto. Voci vere, che hanno vissuto la tragedia e che non dimenticheranno, come tutti gli aquilani. L’Aquila non deve dimenticare perché la memoria è essenza stessa dell’identità di ognuno». Sono passati quasi cinque anni dal sisma, tra luci e ombre. Con quali occhi guarda adesso la città? «Vedo una collettività che non è più tale, disgregata, parcellizzata, senza un’identità. La gente ha bisogno di condividere la propria memoria. Abbiamo vissuto una cesura dalla quale è difficile riprendersi: il solco lasciato dal sisma è profondissimo e lo valuteremo solo nel tempo. Credo che, negli aquilani, sarebbe dovuto scattare un orgoglio maggiore, un senso di appaLIBRO GIGLI ROMArtenenza e condivisione che sono mancati. Si è ragionato sul filo degli interessi e delle divisioni». Una politica errata che rallenterà la ricostruzione? «Il più grande desiderio di ogni aquilano credo sia quello di veder ricostruita la propria casa. Per riavere la città ci vorrà del tempo, ma è necessario dare un’accelerata al processo di rinascita del centro storico perché la variabile temporale è fondamentale. Un anno in meno di attesa significa restituire prima ad ogni aquilano una parte della propria storicità ed esistenza». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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UN parco letterario per Laudomia Bonanni

Vorremmo mettere in luce soprattutto la matrice aquilana della scrittrice, come ha già rilevato Antonio Cordeschi, ed invitarvi a ripercorrere la città; alcuni luoghi o atmosfere sono, anche se distrutti dal terremoto del 6 aprile 2009, per fortuna ancora sotto i nostri occhi; seppure appena modificati dalla fantasia creatrice sono comunque sempre riconoscibili.
La casa nella quale la scrittrice trascorse molti anni della sua vita si trova ancora in via Garibaldi 75; al secondo piano i piccoli e stretti balconcini ai quali avremmo potuto vederla affacciarsi, soprattutto in alcune ore della giornata, intenta a guardare il “casamento” di fronte, in via Garibaldi 60, nel quale ambientò proprio L’Imputata. “ Quel prospetto rientrante, i vuoti per i giardini, lo spazio in mezzo e il cortile dietro il portico a due archi, una fontanella a conchiglia guarniva il pilone delle arcate. Ne ricopriva la metà un glicine fronzutissimo.” C’erano “ due palme trapiantate nella terra del giardino, d’autunno chiamavano un giardiniere per impagliarle.” Il Casamento descritto dalla scrittrice è quindi esattamente quello che aveva sotto gli occhi: l’architettura del palazzo è sostanzialmente immutata, al suo posto ancora la fontanella a forma di conchiglia utilizzata come vaso per una bella felce; le due palme erano nel giardino fino a poco tempo fa e secondo l’informazione avuta dalla famiglia Bafile, sono state recentemente tagliate. Persino nei cognomi che la scrittrice attribuisce ai suoi personaggi si ripresenta questo lieve scarto dalla realtà: in mezzo a tanti cognomi aquilani ritroviamo anche quello degli attuali abitanti appena modificato in “ Basile.” Nel romanzo, al cantone del palazzo, vicino al cancello di ferro, il gruppo dei bambini trova abbandonato e forse ancora vivo, un bambino appena nato e avvolto in un foglio di giornale. Accanto sopra e intorno a questo fatto scarno, ( oggi sarebbe un trafiletto sul giornale), la scrittrice inventa e costruisce un mondo di personaggi e situazioni. Spesso per la nostra scrittrice, la cronaca fa scattare la molla del racconto. Nel romanzo è presente, non molto lontano da Via Garibaldi, “Il Casino di Via del Capro.” Prima che le case di tolleranza venissero chiuse con la Legge Merlin, in città c’era davvero un edificio di questo genere e proprio all’incrocio tra via del Capro e via della Mezzaluna. Oggi è una normale abitazione e tracce di questa storia resistono soltanto nella memoria dei più anziani. Una delle mete preferite da Gianni Falcone ( protagonista principale del romanzo) è il Chiassetto del Campanaro e la chiesa adiacente; la chiesa con la pavimentazione del sagrato a spina di pesce è senz’altro quella di Santa Maria Paganica. Stessa deformazione avviene per uno dei simboli centrali del romanzo: lo stemma con la testa d’angelo, lo scudo e l’ala in volo trafitta da una freccia, al contrario di quanto si è ritenuto finora, esiste davvero; si trova però in tutt’altra zona, nel quartiere di San Flaviano, in via Celestino V, sul portale della chiesa dei Barnabiti, appena restaurata e più conosciuta come “teatro dei Celestini” utilizzata negli anni più recenti come spazio teatrale. Forse la Bonanni conosceva bene questo stemma perché dal 1866 la chiesa aveva ospitato anche la scuola Magistrale. Grazie al realismo della Bonanni, la sua opera rappresenta per noi una fonte inesauribile di informazioni e ci aiuta anche a ricostruire la memoria storica e antropologica che è poi la vera ricchezza di una città.

La città dell’Aquila, oltre che ne L’Imputata e a numerosi articoli di giornale è presente anche in altre opere della scrittrice Laudomia Bonanni. Il Quartiere di San Pietro a Coppito non è mai nominato esplicitamente ma è sicuramente lo scenario nel quale si svolge la parte finale di Vietato ai minori. Il carcere è quello di San Domenico, riconoscibilissimo; i “leoni duecenteschi “ sono ancora collocati al lato della chiesa di San Pietro e sono sempre quelli “lisciati ad avorio dalle cavalcate dei bambini”; le bifore, gli archi a sesto acuto dei bassi, dipinti ogni anno di celeste, ne conservano ancora qualche sbiadita testimonianza. Sempre in questo libro la Bonanni ci regala una vista panoramica della città, dalla terrazza del Grand Hotel: la cascata dei tetti, le chiese con i rosoni, la pietra secolare: i muri e i tetti della città vecchia che assumono soprattutto al tramonto un riverbero particolare, un impasto di arancione ed ocra veramente suggestivo. Anche la descrizione della vita che si svolge nei vicoli ci riporta rumori, odori e frammenti di storia appena lontana : “con i solicelli lucenti di Marzo il vicolo si rimise a vivere agli usci e alle finestre. I fuselli del tombolo di zia Tecla tintinnarono di nuovo all’aperto” (Palma e le altre); oppure la fioritura e il profumo del viale dei tigli che “percorrevo ogni giorno con i libri di scuola sotto il braccio” ( Le droghe) , oppure i colori: “Pia stava sempre a guardare le montagne : il Corno con la neve e la neve al tramonto si fa rosa.” ( Palma e le altre).; oppure dal fossato del Castello: “ dai bastioni erano riuscite le cornacchie e a qualsiasi ora arrivavano coppie di studenti coi libri sotto il braccio…Gianni andava ad appoggiarsi al parapetto, sulla pietra stiepidita dal sole. Nubi enormi, a dirigibile, stavano ferme con la base orizzontale da una montagna all’altra.” ( L’imputata)
Così nell’articolo Il fiore del terremoto ci svela la ragione per la quale molte abitazioni aquilane hanno sugli spigoli, come ornamento dei tiranti, i gigli neri di ferro battuto, di varie fogge e di bellissime forme ; sono un ringraziamento dei rispettivi abitanti per essere rimasti vivi dopo il terremoto del 1703. Quindi la data di ogni costruzione “ gigliata” della nostra città si può far risalire almeno a questo periodo. Questi ex-voto che abbelliscono i nostri incroci e vicoli, tranne alcune lodevoli eccezioni spesso sono trascurati, verniciati con la stessa tintura del muro, diventati supporti aggrovigliati con i fili della luce, e quindi quasi invisibili e soprattutto sconosciuti. E’ importante preservare e conservare ciò che gli scrittori hanno visto e poi descritto nelle loro opere; pensiamo a Gavino Ledda e ad alcune zone della sua Sardegna, salvate recentemente grazie a questa nuova sensibilità, da sicura distruzione; aL Caffè di Lisbona, impensabile senza la statua in bronzo di Ferdinando Pessoa, alla Ferrara di Giorgio Bassani dove si è creato un parco letterario con guide e itinerari per far conoscere il Giardino dei Finzi-Contini o altri luoghi legati all’opera dello scrittore… Per quanto ci riguarda direttamente, questa nostra città che ha dato i natali alla Bonanni dovrebbe comprendere e valutare appieno il dono prezioso che la scrittrice ci ha fatto, consegnandoci il suo sguardo sulla città: uno scrigno pieno di memorie storiche e antropologiche, dettagli topografici ed architettonici, usi e abitudini, dimensioni emozionali nel ricordo di colori, profumi, rumori. Forse una maggiore attenzione e conoscenza dell’opera della scrittrice ci aiuterebbe anche a conoscere, valorizzare e conservare sempre di più questa nostra città: uno scrittore è sempre uno scrigno di memorie, anche per la collettività. Adesso è ancora più importante di prima.



Laudomia Bonanni e Gabriele D’Annunzio

                                            Memoria e filtro letterario

 

Laudomia Bonanni nacque all’Aquila, l’8 dicembre 1907 ( Roma, 2002) e con la partecipazione al concorso di  racconti inediti  bandito da “ Gli amici della Domenica”,  nella cui giuria figuravano nomi  del calibro di Golfredo e Maria Bellonci, Emilio Cecchi, Vitaliano Brancati, Aldo Palazzeschi, Alberto Moravia, vinse   nel 1948, con i racconti de Il fosso, il primo premio.  Seguirono le pubblicazioni di  romanzi e   racconti, quasi tutti  con Bompiani; ebbe  premi notevoli: Viareggio, Bagutta,  Selezione Campiello, Sorpotmist, finalista allo Strega; traduzioni  in francese,  portoghese e spagnolo, recensioni di Cecchi, Montale ed altri. Altrettanto importante fu  la sua attività di giornalista – scrisse più di mille articoli per varie  testate ­   ma più ancora,  per lo sviluppo di alcune tematiche legate alla sua produzione, la lunga esperienza di giudice  laico nel tribunale minorile dell’Aquila.  Ci fu però una lunga battuta d’arresto, legata anche a situazioni personali problematiche e difficili che la portò a vivere la seconda parte della sua vita a Roma,  dove si era trasferita dal 1969, in un isolamento e in una solitudine che si solidificarono sempre più negli ultimi anni;  il  rifiuto del suo editore di riferimento, Bompiani, per  la pubblicazione del suo ultimo libro, uscito postumo,  La rappresaglia,1 dovette essere uno dei momenti più bui e difficili. Un lungo periodo di oblio e di dimenticanza ha poi segnato gli ultimi anni della sua vita e i suoi silenzi – che già erano stati  lunghi e profondi  anche nei periodi di maggior successo ­  finirono  col chiudere nella solitudine  umana e culturale, la scrittrice.

“Identificando memoria e cultura, si studiano oggi  le dimenticanze che una cultura mette in opera attraverso vari tipi di cancellazione che possono  andare dalla censura vera e propria (abrasione di manoscritti, roghi di libri, damnatio memoriae, falsificazione delle fonti documentali e negazionismo) a fenomeni di oblio per pudore, inerzia, rimorso”. Con questa frase Umberto Eco descrive i meccanismi culturali e la cultura come ” un processo continuo di riscrittura e selezioni delle informazioni “. 2  Per Eco,  obiettivo  dell’indagine è quello della enciclopedia universale e della conservazione del sapere;  noi applichiamo queste sue osservazioni all’opera di Laudomia Bonanni per sottolineare  ancora una volta  quanto sia necessaria la  riedizione  dei suoi scritti. Si rischia di aggiungere a una rimozione  ( che già comunque ogni cultura esercita su  testi e autori opere   anche grazie a numerose “agenzie”: critici letterari, riviste, case editrici, premi…) e alla latenza ( i libri sopravvivono ma non vengono più letti) la damnatio memoriae, ovvero la cancellazione definitiva anche della memoria.

Il vero problema è se si possa recuperare, nel caso specifico dell’opera di Laudomia Bonanni,  quello che la cultura ha lasciato in latenza. Molti dei suoi testi infatti sono rari o introvabili e non sono stati ripubblicati. La “damnatio memoriae” comincia con l’editore Valentino Bompiani, ­ con il quale e per il quale­ Laudomia aveva pubblicato gran parte dei suoi testi; in una delle ultime ed amare lettere censite da L’epistolario,3 la Bonanni commenta amaramente  questo gentile rifiuto.  Si assiste da qualche  tempo ad un rinnovato  interesse nei confronti dell’opera della scrittrice: è nata una Associazione internazionale di Cultura  che porta il suo nome, un premio di poesia a lei  intitolato; c’è stata la ripubblicazione  a cura di Maria  Luisa Iori de Le noterelle scolastiche; la pubblicazione  de La Rappresaglia e la ristampa de i racconti de Il Fosso, la ristampa de L’Imputata, tutti con la casa editrice Textus; Alfredo Fiorani ha dato alle stampe Laudomia Bonanni,  il solipsismo di genere femminile; una parte delle lettere sono state curate e commentate ne L’epistolario da Fausta Samaritani; gli Elzeviri usciti sul Giornale d’Italia dal 1960 al 1965   pubblicati a cura di Annamaria Giancarli;4 alcuni articoli sulla stampa e la realizzazione di un video sulla vita e sull’opera della scrittrice.5

Carlo de Matteis – che  ha curato la pubblicazione de La rappresaglia  arricchendola con una precisa e puntuale introduzione – nell’ appendice  ci ha conservato una variante poi espunta nel manoscritto definitivo: “Toccherà ad una di quelle donnette che mi accudiscono la casa,  di chiamare un prete anche se non lo chiedessi. Gli consegnerò il pacco con le mie ultime volontà. Che diventi un libro stampato. Benché la storia rimanga aperta, mai un libro è finito”. 6  L’aggettivo stampato brucia ancora del rifiuto di Valentino Bompiani.  Il famoso testo di Umberto Eco, Opera aperta7 è del 1962.

 

                                      Lettura, letteratura e scrittura

 

Laudomia Bonanni  è stata una lettrice assidua: la   lettura è  stata la sua finestra sul mondo.  Sia nelle lettere  che nelle opere troviamo accenni importanti a questo riguardo. Due, contenuti   ne Il bambino di pietra sono davvero emblematici; il primo è dedicato ad un libro di  Gabriele D’Annunzio sul quale la protagonista del romanzo, Sandra anzi Cassandra bambina8 comincia a compitare; poi la definizione data dalla nonna alla stessa protagonista come “topina della carta”. Complesso e presente il rapporto lettura-scrittura come nodo di alcuni personaggi; dirette e indirette, le citazioni della grande letteratura si susseguono nei testi, a suffragare la qualità dei rimandi  e delle letture.

Scrive, ne La rappresaglia, nascondendosi dietro il personaggio del maestro – uno dei più scoperti, da un punto di vista autobiografico :­“Sono sempre stato un ipocondriaco epperciò un solitario. O viceversa? Pago dell’inesausto piacere della scrittura ”.9 E si domanda ­ come scrittrice e come maestro:­  ” Ho poi effettivamente trascritto? E allora, mi attenevo sempre alla nudità  allo stile dimesso della cronaca? Un documento, certo. Ma quella eccitazione,  quel piacere di fermare sulla carta,   spesso  mi prendeva la mano. E è ancora avvenuto in queste nuove carte”. Un’ attenzione speciale all’uso “dannunziano” del termine piacere; questa è infatti l’emozione, la sensazione  che Laudomia Bonanni attribuisce al lavoro dello scrittore. Il personaggio del maestro ne La rappresaglia, è ormai vecchio quando racconta questi fatti lontani della sua gioventù: quello della scrittura resta ormai  l’unico piacere: ” spenta la memoria fisiologica di certe sensazioni. Come era l’amore, il sesso. Invano cerco di ricordare quel sentirsi  gonfio di seme come una spiga. Quando fu l’ultima volta? Il declino inavvertitamente spreme le ultime gocce di miele della vita “10

Molte le citazioni   dirette che riguardano alcuni autori; potremmo partire  ovviamente dal conterranei  D’Annunzio e Silone,  passare per Sbarbaro, Svevo, Elias Canetti Joyce, Sartre, Camus, Moravia, Hemingway, Freud; nell’epistolario almeno le lettere a Sibilla Aleramo, Gianna Manzini e Maria Bellonci; le citazioni di  Calvino, Berto e La Capria; ma sottotraccia  bisogna ripescare la memoria olfattiva di Proust, Colette e certi temi che già felicemente Montale aveva ricondotto a Joyce. Insomma leggere, per  Laudomia Bonanni significava anche collegarsi con la letteratura e la scrittura del suo tempo e superare, un po’ leopardianamente, l’angusto orizzonte della provincia.11

Le figure femminili, i bambini e i ragazzi  della Bonanni hanno peculiarità, forza e spessore. Non si può dire lo stesso dei personaggi maschili adulti  che sono invece in un certo senso “mancanti” nell’intera opera; sempre difettivi di qualcosa, descritti in modo disincantato e a volte spietato.

 

 

 

           L’orto e le violacciocche: autobiografia nella finzione narrativa

 

Alcuni  ricordi sono  profondamente incisi nella memoria di Laudomia Bonanni  tanto da  essere prestati ai  suoi personaggi; accade per  il bombardamento della Zecca- Officina valori che si verificò all’Aquila durante la seconda guerra mondiale,  quello della partenza delle truppe italiane per la Guerra di Etiopia e la guerra di Spagna; ricordi  che entrano a far parte del tessuto narrativo de L’adultera e riemergono puntualmente: “ ricordo quando le truppe sfilarono con i fiori sulle baionette, per le vie della città, e fu più che una festa uno spettacolo triste, qualche madre che correva dietro il proprio figlio, qualche fidanzata, ed erano volontari e ne sono tornati pochi…” E sempre nello stesso documento un altro indizio importante di autoconsapevolezza: “ I  miei libri sono molto letterari, quindi non diventano popolari e le critiche mi hanno definito una femminista perché quello che scrivo è tutto sulle donne”.12

Ogni poeta, ogni artista ha  quasi sempre un fiore preferito: famosi i girasoli di Van Gogh, l’erbario  di Emily Dickinson, le “rose e viole” di leopardiana  memoria,  infiniti esempi di un rapporto privilegiato che a volte si trasforma addirittura in identificazione. Nell’opera di Laudomia Bonanni, le violacciocche svolgono questa funzione e  sono presenti ne Il fosso;  ma tornano  in alcuni elzeviri e  anche nei romanzi.

Le violacciocche  sbocciano in tarda primavera e nascono spontaneamente, tra le crepe e le pietre dei muri; hanno bisogno di poca terra e attecchiscono nei luoghi più impensati; diffondono  un colore che varia dal bianco al giallo oro, tra l’arancio e il marrone, con numerose ed infinite screziature ed un profumo molto intenso. Fiori semplici e spontanei, dalle radici profonde e sottili presenti, almeno per citare i più famosi,  nei romanzi di D’Annunzio e di Deledda.

Irina, la protagonista del racconto contenuto nel Il fosso,  “Messa funebre”, si trova in chiesa per il funerale di una sua prozia. Sopra la cupola,  si avverte il rombo degli aerei da bombardamento: tutti hanno paura ma restano immobili, aspettando che finisca. Finalmente fuori la chiesa, all’aperto, Irina si calma : “Colse un piccolo fiore giallo – ve ne erano tanti nella spina di pesce di mattoni tra uno scalino e l’altro – e l’osservò deliziandosi tutta della sua fragile bellezza. E allora si ricordò delle violacciocche  marrone  che  ogni anno spuntavano fra i trafori del rosone e che mai aveva mancato di guardare, fin da bambina, quando voleva che assolutamente gliene cogliessero. Levò gli occhi con una specie di trepidazione. C’erano, erano nate come sempre, lassù, nel poco terriccio, quasi espresse dalla pietra. Quella vista le procurò una inesplicabile gioia e un senso profondo di sicurezza”.13 Le violacciocche sono metafora della protagonista Irina  ma anche della stessa scrittrice. “Vivere è necessario” : con questo motto Laudomia aveva inviato al concorso per gli inediti i racconti ed aveva vinto. “Vivere è necessario” sembrano ripetere Irina, Colomba ( la protagonista de Il fosso) ,  tutte le donne  protagoniste e co-protagoniste che vivono nel casamento de L’Imputata e che attraversano, superandola, la guerra, ma anche Linda, personaggio principale de L’adultera e la Rossa, de La rappresaglia.  Violacciocche ancora nel racconto Seme; il  soldato  bavarese Karl si ferma a disegnare l’incantevole facciata di una chiesa, il rosone romanico e il bel cespo di violacciocche quasi sfiorito, sospendendo anche lui per un attimo il pensiero terribile della guerra; più tardi sarà travolto, come tanti altri  oppressi ed oppressori ; da un piccolo seme di violacciocche, finito nel suo occhio, germoglierà, tra i tanti cadaveri che la terra sopporta e accoglie, nella primavera successiva, una piantina  di violacciocche. Le donne di Laudomia Bonanni –  oppongono in modo quasi inconsapevole  alla forza maschile, tremenda,  dell’odio e della guerra, la “gracile bellezza” di un fiore, schierandosi biologicamente dalla parte della vita che deve continuare e continuerà; il vento trasporta allo stesso modo  i semi della vita e quelli della morte.

Le violacciocche “espresse dalla pietra”  tornano anche ne L’imputata:  anche qui sono  simbolo della vita che ricomincia: “ I  muri vecchi avevano rimesso il verde […]  Col ramolaccio e l’erba colti a bracciate dai bambini e buttate sul  minuscolo feretro, si sparse per la chiesa un odore asprigno di campi. Uscendo s’accorsero che dalla buca del rosone erano nate le violacciocche”. 14 La funzione delle violacciocche è quella di  operare una regressione all’infanzia: un tempo lontano e forse, leopardianamente felice. Sembra non ci sia spazio ne L’adultera per il paesaggio abruzzese, presente invece spesso come città, sfondo e pietra ne L’imputata, in Vietato ai Minori e anche ne Le droghe e nell’eremo de La rappresaglia. Invece è proprio ad un elemento cittadino di questo paesaggio che la scrittrice affida la stessa funzione svolta dalle violacciocche; l’orto de L’Adultera assume infatti  un significato simbolico  che rinvia comunque all’infanzia,  paterno e profondo, non facilmente decriptabile. Una mescolanza di bene e di male, un luogo però comunque protettivo, legato al ricordo del padre.  Nella descrizione  de L’adultera  l’orto somiglia a tanti altri presenti ancora  nel tessuto urbano  delle vecchie città: “i quartieri antichi della città erano pieni di quelle case basse di pietra con il muro intorno carico di edera e alberi cresciuti oltre il tetto […] Nel suo, due cipressi due abeti, ippocastani e un mandorlo enorme alla fioritura. Il padre piantava pomodori, insalatine e zinnie, teneva sostenuti e potati i rosai, in cima al muro si mischiavano con l’edera”.15 Anche nella finzione narrativa, questa casa si trova in Abruzzo;  ma Linda, per sfuggire a questo ricordo – dalla parte dell’orto era entrato il ragazzo tedesco con il quale, a metà tra veglia e sonno, Linda aveva commesso il suo primo adulterio –   decide di venderla,  per trasferirsi a Roma e successivamente  a Milano. Il  ricordo resta però profondamente sepolto  in una zona oscura  della sua coscienza,    connesso a quello dei  bombardamenti 16 ma anche alla ricerca disperata di qualcuno che potesse aiutarla ad abortire, un aborto clandestino che la ridurrà quasi in fin di vita.

Infinita,  la varietà dei personaggi femminili;  dalle  prime prove letterarie, Storie tragiche della montagna 17 agli scritti per la letteratura infantile, dai racconti de Il Fosso, a quelli di Palma e Sorelle,  sino a giungere agli scritti della piena maturità.

Ne L’imputata, L’adultera, La rappresaglia,  tre donne  vivono  una situazione analoga: la donna, colpevole,  viene giudicata degli tribunale degli uomini; il giudizio termina inevitabilmente con una condanna. In questi tre romanzi della piena maturità la Bonanni riesce a dare le prove più convincenti. Del resto, qualche anno più tardi,  proprio attraverso l’affermazione della proprietà del proprio corpo, nella rivendicazione della procreazione e  della gravidanza passerà il movimento femminista. Temi questi  sempre vissuti dai personaggi femminili della Bonanni in conflitto e in contraddizione con l’universo maschile,  il quale sostanzialmente  si disinteressa  di tutto ciò che la gravidanza e poi la successiva nascita di un figlio può portare all’interno della donna e della coppia.

Persino i titoli forti della Bonanni sono declinati e  fanno riferimento ad un mondo sostanzialmente femminile:  Palma e sorelle, L’imputata, , Il bambino di pietra che ha come sottotitolo una nevrosi  femminile, L’adultera. Inviando una copia di Palma e sorelle alla scrittrice  Gianna Manzini e ad Enrico Falqui scrive: “ si presentano tutte queste donne intimorite, compresa Laudomia” . Poche le figure maschili positive della sua narrativa; pochi gli uomini che riescono a comprendere le ragioni delle donne.

Questo paesaggio cittadino con lo sfondo  montano è comunque così onnipresente da essere anche lo sfondo nel quale Laudomia decide di ambientare il suo ultimo romanzo, pubblicato postumo, ovvero La rappresaglia. Il romanzo  si svolge in un eremo scavato nella roccia – presente già ne Le droghe, connesso alla rievocazione di un ricordo d’infanzia. La Bonanni  ne La rappresaglia sceglie ancora una volta un casamento-eremo a cui fa da contorno non più la città delle case, dei palazzi, ma una città di pietra, un  “coro di montagne”;  l’Abruzzo montano, difficile, scostante, petroso: l’Abruzzo degli eremi e del silenzio, tra le rocce e la pietra. Nel  suo romanzo postumo la scrittrice torna quasi all’origine della sua scrittura, a quel “fosso” che le aveva dato notorietà; ma in mezzo c’è stato un lungo  percorso di  vita e di scrittura. Il romanzo postumo ci consegna uno scenario sempre più  essenziale e quasi pittorico;  ricorda da vicino alcuni panorami  di Teofilo Patini, con certe tonalità cromatiche che anche la penna di Laudomia ha saputo evocare.  Del resto la stessa scrittrice aveva scelto come epigrafe a Le Droghe questa frase di Hegel : “ Niente è innocente, tranne  la pietra”.

 

                           La memoria dei sapori e degli odori

 

“ Tutto invece  ha un colore, un odore nella memoria”. Dovremmo aggiungere: e un sapore.  Con questa frase, tolta dal racconto Gli anicini  contenuto ne La città del tabacco  ci  lasciamo portare dalla nostra scrittrice alla ricerca del tempo perduto e di quello ritrovato risvegliato da un sapore, un odore, un profumo.  Accade  ad esempio per i confetti. La Bonanni prende in considerazione, meticolosamente,  vari tipi di confetti. nel ricordo di amiche francesi che ne sono rimaste talmente entusiaste da portarli in Francia:  “quattro di queste margherite sono ora a Parigi, in una casa di rue des Dardanelles, infilate nella conchetta di rame abruzzese […] Quattro margherite con petali di confetto, due bianche e due gialle”. 18 La scrittura precisa di Laudomia si muove tra passato e presente, descrivendo le “mandorle confette”, il “grosso confetto di Sulmona”,  “ i cannellini di Sulmona”.

“Il grosso confetto di Sulmona,  antesignano dei moderni leccalecca, veniva appunto leccato, con parsimonia, ad intervalli, gareggiando a chi gli durasse di più a lungo, fino all’anima nera ma profumata di cannella o al sorsolino di rosolio”. Un ricordo ulteriormente retrodatato in quanto  appartiene, nell’elzeviro, alla madre della scrittrice  e  probabilmente  riguarda la produzione della Ditta Pelino di Sulmona, una delle più antiche e famosa  ancora oggi nella produzione dell’industria confettiera.

Anche i Cannellini sono protagonisti di un altro elzeviro sin dal  titolo e sono invece collegati ad una citazione poetica: l’articolo “I cannellini di Sulmona” 19 ne  riporta una precisa e suggestiva descrizione: “ piccoli, un po’ arcuati come fagioli bianchi […]  Dentro c’è un filino scuro di cannella, tenace anche a spezzarlo tra i denti, che dopo sciolto il dolce rimane sulla lingua e a lungo ne resiste l’aroma […] Sulmona è la città dei confetti. E almeno per me di Leopardi. Prima che vi fossi mai stata mi colpì leggere non ricordo dove, che a Leopardi piacevano i Cannellini di Sulmona. Ne ebbi subito voglia – sapere com’erano, come lui li aveva sentiti in bocca e mi fu facile trovarne”.20

E subito una pennellata di colore,  perché  quasi sempre nella memoria un colore e un gusto sono inscindibili: “ e si capisce come siano nati,  se si fa il viaggio a Marzo, quando dall’Aquila a Sulmona è tutt’una nuvola di mandorli.” Ci sembra quasi di vederla, la piana di Navelli tutta fiorita e rosata, in un cielo sgombro di primavera.

Dunque, almeno quattro elzeviri : I Cannellini di Sulmona ( 1967), Solitudine ( 1968), Fiori dolci (1973) e Balocchi e fantasia (1974) sono dedicati al tema dei confetti. Ma se la presenza dei confetti si limitasse,  nell’opera di Laudomia Bonanni,  ai precedenti elzeviri 21 indicherebbe comunque  ancora una tematica episodica. Invece, i confetti sono presenti quasi in tutto l’arco della sua opera; in luoghi tematici ben precisi e secondo uno stesso schema ripetuto con lievi variazioni: almeno  dal Il Fosso,  fino all’inedito e postumo La rappresaglia.

Quasi sempre sono associati ai denti: forse anche per la luce e per il colore bianco, ad una sensazione sensuale o presenti in una scena di seduzione – d’altra parte la lezione  dannunziana era sicuramente presente a Laudomia: ne La Pioggia nel Pineto,  Gabriele aveva scritto:  “ i denti i negli alveoli  / son come mandorle acerbe”. Ne Il fosso possiamo leggere. “ gli piaceva il bianco molle di giuncata di quella carne […] e quei denti come confetti che mettono voglia di leccarli”. 21E ancora tentando di riprodurre il suono: “ scontrandosi coi denti di confetto che tinniscono”. In Lotta con L’Angelo,  che è di per sé tutto un lungo racconto di seduzione: “La donna cavò confetti anche dalle tasche. Erano cannellini di Sulmona, ricurvi come piccoli fagioli bianchi: sotto i denti restavano attaccati al filo di cannella. La donna odorava di cannella e vaniglia: rideva, facendo sobbalzare il petto”.22

Ne L’Imputata,  troviamo due riferimenti ai confetti: “ Spaccò il musetto sulla larga gengiva coi denti corti, rovesciando la lingua per leccarli come confettini” e ancora: “ si ricordò che aveva bellissimi denti, gliene era rimasta un’impressione come di confetti alla vaniglia”.24

 

Le tracce di Gabriele D’Annunzio:  “memoria infantile al filtro letterario”

 

Nella biografia dannunziana e in quella della Bonanni, l’Abruzzo è senza dubbio un punto dal quale partire e dal quale si diramano molti sentieri. Non sarà facile percorrerli tutti.23 Per il momento  abbiamo scelto di rintracciare le citazioni dirette di  D’Annunzio disseminate in alcuni punti della produzione bonanniana. I due autori sono separati da un crinale cronologico evidente; la Bonanni nasce nel 1907, D’Annunzio muore nel 1938. La piena maturità del primo coincide con i primi passi letterari della seconda: la Bonanni pubblica Noterelle scolastiche nel 1935 e poi bisognerà aspettare il premio degli Amici della Domenica nel 1948 perché il suo nome acquisti un minimo di notorietà fuori le mura della sua città. Ma la presenza di molte citazioni di libri, frasi, personaggi o atmosfere dannunziane fa comprendere come in qualche modo la presenza del Vate continuasse ad essere forte nella letteratura del tempo, anche se con alcune venature ironiche; i libri del Vate , “proibiti” ma comunque in circolazione negli ambienti colti e borghesi. Importante confessione della Bonanni quella contenuta  nella intervista che le fece Sandra Petrignani, prima pubblicata su Il messaggero di Roma e poi raccolta nel libro Le signore della scrittura. “Della mia infanzia ricordo che volevo leggere, continuamente. Ancora non andavo a scuola e già avevo imparato a leggere […] Compravo i libri di D’Annunzio appena uscivano. Ero solo una ragazzina, non capivo un gran che, ma andavo avanti. ”. Questo tratto autobiografico verrà prestato a numerosi personaggi. La prima citazione che ci porta sulle tracce del conterraneo D’Annunzio è proprio in Noterelle scolastiche,  ed è, in un certo senso,  una citazione di maniera.  “ Sola, nella scuola che domani sarà piena di fanciulli, scrivo le prime impressioni. Il paese mi piace. E’ disagiato e lontano. Oh! Quanto. Ma sento che ha colpita la mia fantasia.[…] Pare una di quelle scene ove D’Annunzio pose i personaggi dei suoi drammi pastorali. Salendo verso questo nido d’aquile, mi è sembrato riconoscere Aligi in ognuno dei pastori immobili, addossati contro una quercia, e Mila in ognuna delle giovinette brune, dagli occhi fulgidi sulla pelle bruciata, che ti guardano e fuggono”.24 Un Abruzzo mitico, dannunziano. Il racconto di Monaca di Casa risente in qualche modo di un analogie e atmosfere, in particolare legate a La fiaccola sotto il moggio; anche qui la storia di una famiglia nobiliare, i Torlone e la sua decadenza. Ma il linguaggio e il tratteggio dei personaggi è ormai sostanzialmente diverso e la Bonanni, siamo ormai nel 1954, ha  già trovato una voce tutta sua, anche nel ritmo della narrazione. Ne L’Adultera le citazioni  dirette ( a parte l’uso della parola piacere, aprirsi al piacere) si addensano tutte nella parte finale ed in particolare nel dialogo della coppia  adulterina Linda-Norman in viaggio per Napoli:  “ <il mare> s’era sentita gridare con voce di gola […] Stava pensando al mare verde delle sue vacanze di bambina, l’Adriatico fra Ortona e il Vasto che il padre chiamava dannunziano. Allora emetteva quei gridi nel rivederlo dopo un anno di montagna, appesa al finestrino del treno, vergognandosi della madre”.25 Ne Il bambino di pietra le citazioni sono numerose, sin dalle prime pagine: Cassandra, la protagonista femminile del romanzo ricorda “quando zia Amina scoprì il piccolo vortice e la predizione del successo. Il piccolo vortice all’occipite da cui si dipartono i capelli. ( Amina leggeva segretamente D’Annunzio) e lui lo aveva doppio,  auspicio di grande fortuna”. D’Annunzio ancora  in un ricordo di Cassandra bambina :“stavo compitando un D’Annunzio sottratto alla camera della zia, L’Innocente. D’Annunzio è stato il mio abcedario insieme al Mussolini che campeggiava su tutte le pagine dei giornali di mio padre”.26 E ancora sempre nello stesso romanzo:  “Anche la ragazza è venuta con l’aria di esserci costretta. E’ Amina, in omaggio alla zia ancora vivente e declamante. La disturba: un nome da sonnambula, dolciastro, meno male che non è dannunziano, avrebbero potuto affibbiarmi Ornella o Gigliola”.27 Nello stesso testo, ancora, di fronte alla morte: “ E alla fine mi è capitato di ripassare mentalmente Flaubert e D’Annunzio, sovrapponendo le estreme unzioni  letterarie alla realtà sotto gli occhi. Neutralizzare l’emozione. Vizio libresco?”28 Nel 1967 Laudomia Bonanni pubblica sul Corriere della sera un articolo che ha per titolo: I solitari abruzzesi. Si parla di  scrittori conterranei: Silone, Giangaspare Napoletano, Ottaviano Giannangeli, Giuseppe Rosato e Gianmmarco Sgattoni. Ma l’apertura dell’articolo e la sua conclusione sono doppiamente interessanti: “ Qui Gabriele percorre ancora le spiagge incantevoli dell’Amarissimo e don Benedetto compie ancora le sue passeggiate montane. D’Annunzio e Croce, stelle di prima grandezza […] Toccando terra c’è Ignazio Silone, il terzo nome di risonanza internazionale”.  Conclude: “ solitaria è la natura dello scrittore, più  la natura abruzzese di per sé schiva: due tendenze che si sommano. Tuttavia l’Abruzzo solitario ha dato grossi nomi […] e se oggi i giovani li  fanno scendere dall’empireo dove li avevano lasciati e collocati i loro padri, è per vitalizzarli e promuovere nella loro terra, e da quelle radici, una fresca vegetazione piena di ulteriori promesse.”  Ne Le droghe, il suo ultimo libro pubblicato in vita  e al quale si sente più legata, le citazioni di D’Annunzio, da parte della protagonista Giulia si susseguono : “ Lo straordinario del viaggio fu lungo l’antica via marina su cui sbucavano i tratturi. Marina dannunziana, diceva mio padre, lettore di D’Annunzio. ( A me vietato,  che finii per leggere troppo presto col solo gusto del proibito). E L’Amarissimo, che subito volli assaggiare ed era invece salato […]  Rimaneva l’abitato di vecchia pietra cotta al sole in cima ai colli. Come colli di Palestina, recitava mio padre a mezza bocca dal suo D’Annunzio, certo a se stesso non a me ignara. ( Agli inizi era stato un avvocatino di provincia dall’oratoria retorica estetizzante.)”30 Ancora,  nello stesso romanzo: “ Come in passato, la marina era poetica famigliare démodé e dannunziana ( mio padre), la gente primitiva saggia e fanatica ( nominava un certo Aligi). Memoria infantile al filtro letterario. Una grande bellezza, ancestrale anche se non vergine. Anche i poeti tolgono verginità”.31 L’ultima citazione invece proviene da La rappresaglia ed è strettamente linguistica: “ Inghilesi e Todeschi come D’annunzio, ma suscitavano l’ilarità del ragazzo”.32 Abbiamo già sottolineato altrove quanto la Bonanni fosse legata al fiore delle violacciocche : un fiore decisamente letterario. Ne ritroviamo tracce  almeno in Shakeaspeare ( Racconto d’inverno),  Pascoli ( Nuovi poemetti, L’usignolo), in Deledda. 33  Per  Gabriele D’Annunzio la presenza delle  violacciocche  è proprio ne L’innocente: “ Dal muro stesso della casa, ammantato di violacciocche innumerevoli, saliva un profumo pasquale quasi un vapore invisibile di mirra” e ancora : “ Il primo ricordo è questo. Eravamo in provincia da alcuni giorni io e Giuliana e le nostre due bambine […] per le feste di Pasqua, in casa di mia madre, in una grande e vecchia casa di campagna […] ed erano già trascorsi tre anni da un’altra Pasqua che veramente m’era parsa una festa di perdono in quella villa bianca e solinga come un monasterio, profumata di violacciocche”.34  E ancora oltre:  “­ Com’è  acuto questo odore! ­ Mormorò Giuliana, passandosi le dita sui sopraccigli e socchiudendo le palpebre. ­ Stordisce.”

Gabriele D’annunzio, venuto all’Aquila nel 1881, in  Settembre, ci regala in una lettera un quadro della città: “ Per tre giorni era una giocondità meravigliosa di sole e d’azzurri su quali spiccavano le vette nevate del Gran Sasso. Aquila è una simpatica città; a me piace assaissimo: è piena di fontane, piena di cittadini garbati e di donne belle, ha delle chiese superbe, delle antichità pregevolissime, e nell’aria qualcosa di medioevale , ma di lietamente medioevale; par di sentire le rime di un sonetto di Pier delle Vigne e dell’Imperatore, o qualche canzone libera de Goliardi. Tutto considerato, però, non vale il mio mare”.35 Nel 1889 trascorse parte dell’estate a San Vito Chietino:  “Quante cose sono rimaste intatte” scrive a Barbara Leoni  firmandosi Ariel: “ Ho riveduto il fascio di canne che ci serviva per innalzare la tenda, alla cui ombra languivamo di voluttà e sognavamo l’uno nelle braccia dell’altro […] Le due stanze erano in disordine, immiserite. Ma sul davanzale di una finestra fiorivano tre piccole piante di  violacciocche, seminate forse dal vento nella fenditura”. Ancora in una lettera a Barbara Leoni del 20 aprile 1890: “ Nulla era mutato, o quasi nulla. Sempre lo stesso letto, le immagini sulla parete, la porta sgretolata […] sulla soglia della prima stanza, dello studio c’era una gran pianta di violacciocche fiorita. Ti ricordi tu di quella pianticella che languiva in una fenditura del mattone? Tutta fiorita. Tutta fiorita, pomposamente. Eccoti i fiori. Te ne porterò un mazzo. Li ho qui, che son già morti.” E sempre in una lettera di qualche tempo dopo: “oggi ho lavorato molto: ho scritto dieci pagine fitte. Ma ora ho un dolore di capo fortissimo. Non mi sono accorto dell’odore acuto che mandavano le violacciocche colte jeri al castello” 36

Altri saranno gli accostamenti che potrebbero unire questi due scrittori conterranei, diversi per sensibilità, biografia e caratteristiche. Questo itinerario “floreale” ha  voluto soltanto mettere in  luce  nelle opere di Laudomia Bonanni la “presenza dannunziana” filtrata dalla lettura e dalla letteratura, inserita quindi a pieno titolo in quella “educazione sentimentale e letteraria” in cui d’Annunzio è sicuramente stato modello o comunque punto di riferimento imprescindibile – amato e odiato –  per gli scrittori successivi.

 

 

 

Patrizia Tocci

 

 

 

NOTE

1) L. Bonanni, La rappresaglia, Textus, L’Aquila 2003;

2) U. Eco, Dall’albero al labirinto, Bompiani Milano 2007, p. 90- 91

3)Laudomia Bonanni Epistolario  a cura di Fausta Samaritani ( vol..  I), Carabba Lanciano, 2006;

4) Laudomia Bonanni-Caione, Noterelle di cronaca scolastica, a cura di Maria Luisa Jori ,( rist. ) Torino Aragno 2006;    Laudomia Bonanni, Il fosso a cura di Carlo de Matteis ( rist.) Textus, L’Aquila, 2006; Alfredo Fiorani, Laudomia Bonanni o il solipsismo di genere femminile, Noubs, Chieti 2007; Laudomia Bonanni, Elzeviri a cura di Anna Maria Giancarli, edizioni Tracce, Pescara 2007; .il video “Come se il fiore nascesse dalla pietra”di Patrizia Tocci; montaggio e direzione di Carlo Nannicola, testo e sceneggiatura di Patrizia Tocci,  voce recitante Tiziana Irti, attrice Cristiana Califano, realizzato in collaborazione tra L’Accademia di Belle Arti dell’Aquila e l’Associazione internazionale di Cultura Laudomia Bonanni, circolo “L’Imputata”- L’Aquila;  la ristampa de L’Imputata ( introduzione a cura di Liliana Biondi) Textus, L’Aquila, 2007. La prima vera esaustiva bio-bibliografia di Laudomia Bonanni è di   G. Giustizieri, “Io che ero una donna di domani”:  in viaggio tra gli scritti di Laudomia Bonanni, ed. a cura del Consiglio Regionale d’Abruzzo, Collana Studi Abruzzesi, Stampa Cerbone, Afragola, 2008; anche  il convegno di studi a cura dell’Associazione internazionale di cultura Laudomia Bonanni e dell’Università dell’Aquila,  tenutosi nell’Aprile del 2008, “Laudomia Bonanni e il suo cammino di scrittrice”, è stato sicuramente un momento criticamente rilevante. Gli  atti verranno pubblicati a  breve a cura cura della suddetta Associazione.

5) cfr. anche tutti gli articoli nei quali ci siamo occupati della scrittrice e che sono stati in parte utilizzati nella stesura di questo testo: P. Tocci, Laudomia Bonanni: la città letteraria in La cronaca d’Abruzzo, 21 set.2006; Leopardi amava i cannellini di Sulmona , IL Centro, quotidiano, 1 set 2007; “All’Aquila con Gadda, Bonanni, Silone e Tamaro,  in Novanta9,  V, 2007, n°10; Così Laudomia Bonanni raccontava l’Aquila Il Centro 16 sett.2007; I luoghi aquilani di Laudomia Bonanni Il Centro 11 ott.2007

6) L.Bonanni, La rappresaglia,  Textus, L’Aquila 2003, p.143 e p.148

7) U. Eco, Opera Aperta, Milano, Bompiani, 1962

8) “ Stavo compitando un D’Annunzio sottratto in camera della zia, L’innocente. D’Annunzio è stato il mio abcedario insieme al Mussolini grosso nero che campeggiava su tutte le pagine dei giornali di mio padre.” In Il bambino di pietra, Milano Bompiani, 1979 p.14

9 “ Da lei avevo avuto quei giornali così vecchi ingialliti che non vi appariva campeggiando Mussolini. Ci giocavo accucciata  in terra, vicino alla sua poltrona. [….] mi chiamava topina della carta.” ibidem, p.55

9) L.Bonanni, La rappresaglia, cit. p.132

10)6 L.Bonanni, ibidem,  p.130

11)1 nell’intervista,  in parte pubblicata nella tesi di Maria Teresa Ottavi,  “Le condizioni della donna aquilana dall’unità d’Italia al secondo dopoguerra – (discussa presso la facoltà di Magistero dell’Università dell’Aquila. a.a. 1987-88) che ho potuto recuperare ed ascoltare   integralmente su nastro, ( un ringraziamento particolare al prof. Umberto Dante, dell’Università dell’Aquila) la Bonanni è fiera di non essere stata definita una  “scrittrice abruzzese” senza che  questo nulla  tolga al profondo rapporto con la sua regione e la sua terra; l’intervista audio è una miniera di informazioni soprattutto relative alla realtà biografica della Bonanni, scrittrice molto appartata,  riservata e “solitaria” , come si autodefinisce lei stessa nella preziosa intervista rilasciata al Messaggero di Roma  a Sandra Petrignani, che poi verrà ripubblicata nel libro Le signore della scrittura, La Tartaruga, Milano 1984; altra intervista preziosa è a cura di bruno Vespa, Una protagonista, Il tempo 30 marzo 1968, in Cronaca dell’Aquila.

12)3 ivi, cit. p.232 e 235

13) L.Bonanni, Il fosso, cit. “il primo seme ad esprimere un cespo di violacciocche, da un oncia di terriccio annidato nell’ansa di un rosone fu

certo quello del bavarese Karl” p. 77

14) L.Bonanni, L’ Imputata, p.158; ma vedi anche: “aspirò anche il bambino l’aria di primavera che porta effluvi di violacciocche” e a pag. )21. “ nelle pentole appese ai muri rifiorivano violacciocche e pansé”

15) L.Bonanni, L’adultera, cit. p.99 e più oltre: “ mentre l’istinto serba in fondo alle viscere la cieca sicurezza dell’animale nella propria tana. L’orto, intorno, come un riparo . E’ fuori, dietro le tendine –  risucchiate dal vetro rotto – ci scorrazzano i gatti in amore.”

16) anche nel racconto Messa funebre : “potranno anche cader bombe ma troppo strano sarebbe, assurdo, che scegliessero proprio questa isolata, con quell’ orticino a fianco. Chissà perché, l’idea dell’orto la rassicurò completamente.” p 78

17) L.Bonanni, Storie tragiche della montagna.Novelle d’Abruzzo, Vecchioni, L’Aquila s.d.[ma 1927]

18) L. Bonanni, Balocchi e fantasia in Il giornale d’Italia, 27 gennaio 1974

19) L.Bonanni, Fiori dolci, in Il Giornale d’Italia, 19 luglio 1973

20) Con precisione quasi documentarista  ci svela anche, in un altro elzeviro ( Solitudine, Il Giornale d’Italia 1-2 Agosto 1968),  che “ altra cosa le mandorle confette o addirittura le confette.” Sono infatti mandorle glassate solo con zucchero e senza amido ed hanno per questa ragione un gusto particolare. Descrive anche i modi particolari in cui vengono confezionate: “ ferma davanti a una vetrinetta, succhiando un cannellino, rimiro i cestelli e i fiori e le reste di cipolline e le spighe d’oro al cellophane che racchiudono mandorle confette alla vaniglia”

21)L..Bonanni, Il Fosso,  Lotta con l’angelo . p. 48

21) bis, in Palma e sorelle p. 225 e 233

22) L.Bonanni, L’imputata, p. 112  e  140

23)s La bibliografia e i volumi sull’argomento sono sterminati.. Cito per brevità : M .De Marco, l’Abruzzo nella realtà biografica sta in AA .VV., Terre città e paesi nella vita e nell’arte di Gabriele D’Annunzio,I, L’Abruzzo, Roma e L’Italia Meridionale, XX CONVEGNO INTERNAZIONALE, Pescara 6-7dicembre 1966 a cura del Centro Nazionale di studi dannunziani. ;V .Moretti, Il volo di Icaro, Bomba, 1994; R. Tiboni, i giorni della chiusa adolescenza, in Nuova Antologia 16 settembre 1939,;  AA VV. Atti del  V convegno internazionale di studi dannunziani, Pescara, 1984; D’annunzio e L’Abruzzo,  Atti del X Convegno internazionale di studi dannunziani, Pescara 1988 ;  naturalmente la rivista Oggi e Domani diretta da  Edoardo Tiboni  che dedica sempre grande spazio alle tematiche dannunziane.

24) L. Bonanni, Noterelle  di cronaca scolastica,  ( rist.) cit. p. 5

25) L. Bonanni, L’Adultera, p.128-129

26) L. Bonanni, Il bambino di pietra, cit. p. 12

27) L. Bonanni, ibidem, p.14

28) L. Bonanni, ibidem, p.126

29) L. Bonanni, Le Droghe, Bompiani, 1982,, p. 154

30) L.Bonanni, ibidem p. 13

31)1 L. Bonanni, ibidem p.12

32)2 L. Bonanni, La rappresaglia, . p.81

33) G. Deledda, Canne al vento,  Giunti,  2008 “ Egli andò al pozzo che pareva un nuraghe scavato in un angolo del cortile protetto da un recinto di macigni sui quali , entro vecchie brocche rotte fiorivano piante di violacciocche e cespugli di gelsomini.” p..30

34) G. D’Annunzio, L’innocente, Mondadori 2008,  p.3

35)  Gabriele D’Annunzio,  Lettere a Giselda Zucconi, a cura di I. Ciani, Pescara 1985

36) Gabriele D’Annunzio lettere d’amore a Barbara Leoni ( a cura di F. Roncoroni,), ES, Milano 2008 ( La biblioteca dell’eros , 156)

Per approfondimenti, riportiamo una breve bibliografia delle opere della scrittrice: Storie tragiche della montagna, novelle d’Abruzzo, Vecchioni, L’Aquila,1925; Noterelle di cronaca scolastica, Vecchioni, L’Aquila 1932; Il fosso, Mondadori, Milano 1948; Palma e sorelle, Casini, Roma 1954; L’imputata, Bompiani, Milano 1960; L’adultera, Bompiani 1964; Palma e sorelle, Bompiani, Milano 1968; Vietato ai minori, Bompiani, 1974; La città del tabacco, Bompiani, 1977; Il bambino di pietra, una nevrosi femminile, Bompiani 1979; Le droghe, Bompiani, 1982; La rappresaglia, Textus, L’aquila 2003; Il fosso ( rist.) Textus, L’Aquila 2006; L’imputata ( rist.) Textus, L’Aquila 2008; il sito internet dell’Associazione internazionale di cultura Laudomia Bonanni  è:      www.laudomiabonanni.net

N.b : il presente articolo è stato pubblicato sulla rivista Oggi e domani di E. Tiboni

MARIA BELLONCI CON LAUDOMIA BONANNI

MARIA BELLONCI CON LAUDOMIA BONANNI

o pubblicato sulla rivista Oggi e domani.


 

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