Nero è il cuore del papavero di Patrizia Tocci

Nero è il cuore del papavero
È un libro che insegue le tracce della memoria, attraverso la figura di un padre che non c’è più, ma di cui restano i gesti, le parole, le abitudini. È la fine di un mondo contadino che s’intreccia ai profumi, agli odori, rumori, colori scomparsi dalla realtà ma non dalla memoria.
Attraverso questo dialogo dell’autrice con l’ombra del padre, riemerge una civiltà che sta scomparendo ma che ha formato le nostre categorie mentali. L’infanzia del padre e quella della figlia si confondono, si chiamano e si assomigliano, nel ritrovare radici universali e profonde.
Pagine da cui fuoriesce la neve, matura il grano, profuma e si sente crescere l’erba: con sentimenti duri come il mallo di una noce e limpidi come l’acqua delle sorgenti montane, in un continuo passaggio tra presente e passato, in un legame tenuto in piedi dagli alberi, dalle primule che rinascono testarde, dai papaveri che continuano a splendere per una notte sola.
Sostanzialmente un viaggio nelle dimensioni interiori del tempo, in cui il presente ritrova nel passato il filo conduttore dell’esistenza e lo utilizza per fare spazio al futuro.

Copertina di Antonello Santarelli

[ISBN-978-88-7475-547-9]

Pagg. 136 – € 11,00
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Quando la terra tremò…55 testimonianze e un libro

GIOVEDÌ, 06 DICEMBRE 2012 – IL CENTRO – Pagina 21 – L’Aquila
I testimoni raccontano quando la terra tremò
Oggi nell’auditorium Carispaq presentazione del libro «I gigli della memoria» Nel testo coordinato da Patrizia Tocci 55 aquilani parlano della loro esperienza
L’AQUILA Poco più di 5mila battute per raccontare 720 minuti, forse i più lunghi che il nostro tempo ricordi. Un viaggio nell’inconscio e nella memoria collettiva. È la sfida che la professoressa-scrittrice Patrizia Tocci ha lanciato alla sua città, chiedendo a chiunque se la sentisse di raccontare le 12 ore successive alla terribile scossa del 6 aprile. Da quello che, almeno all’apparenza, poteva sembrare un mero esercizio di stile, è nata una memoria collettiva, fatta di tanti tasselli: 55 per l’esattezza.

Tante sono le testimonianze contenute nel libro “I gigli della memoria” (edizione Tabula Fati, Solfanelli 2012) che, dopo l’anteprima del festival “Volta la Carta”, verrà presentato questo pomeriggio alle 17 all’auditorium Sericchi. La prima parte del volume è divisa in sette sezioni e affronta il ricordo di un’esperienza che rinnega le parole e che ha sconvolto vite e destini. La seconda parte è composta con testi scritti da Patrizia Tocci che si soffermano invece sul tempo trascorso da quel momento fino ad oggi. La postfazione è del giornalista-scrittore Paolo Rumiz. Questo pomeriggio ci sarà un evento teatrale con lettura dei testi a cura della associazione culturale Animammersa, (voci Patrizia Bernardi e Antonella Cocciante). Conduce l’incontro Valeria Valeri di Volta la carta. I diritti d’autore per la vendita del libro, dal costo di 15 euro, verranno devoluti al Gruppo volontari donatori sangue (Vas) dell’Aquila. «È stata un’esperienza impegnativa e stimolante nello stesso tempo» afferma Patrizia Tocci. «Dopo tanti racconti monografici del terremoto, questo libro si propone come collettivo. Forse l’aspetto più interessante è stato per noi la possibilità di condividere quei ricordi drammatici della notte e parlarne tutti insieme, sia scrivendo sia condividendo sui social network le fasi della lavorazione». Un’esperienza di gruppo di fatto. «Una sorta di terapia di gruppo. Il valore del libro sta proprio nel fatto di aver spinto una buona parte della comunità a usare la scrittura per riflettere, elaborare un lutto, una sofferenza o uno choc emotivo. Un modo come un altro di entrare a contatto con l’inconscio. Siamo andati a scavare ricordi, odori o sensazioni che ognuno di noi tende a dimenticare. È un racconto che rinnega le parole» ha concluso Tocci «perché è pure difficile parlarne, ad esempio noi non diciamo tanto per dire frasi come “mi manca la terra sotto i piedi” perché da quella notte conviviamo con la sensazione che la terra, elemento che abbiamo sempre ritenuto stabile, sia in realtà qualcosa che ci sfugge. Conviviamo con questa insicurezza». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

GIGLI DELLA MEMORIA


Interviste (im)possibili: i Gigli della memoria

  LE INTERVISTE  ( IM)POSSIBILI

 PATRIZIA TOCCI  intervista  Tocci Patrizia

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Si, è il mio quarto libro.  Ho pensato che fosse un dovere, questa testimonianza. Ho  creato un gruppo su facebook, La banca della memoria: ed ho cominciato a chiedere,  ai miei contatti virtuali e non solo,  se volessero  condividere  questo progetto: raccontare noi, i testimoni, le prime dodici ore della notte tra il 5 e il 6 Aprile del 2009.  Volevo che fosse la nostra voce di abitanti dell’Aquila e dei paesi del cratere a raccontare quest’esperienza che rinnegava le parole. Sono sempre stata convinta che scrittura e terapia vanno insieme… Pian piano le adesioni sono arrivate. Non è stato facile: in alcun i casi le ho quasi “estorte”, dolcemente ma con forza. Per alcune ho atteso tempi lunghissimi. Ma anche questa attesa aveva il suo senso.  I testi, stando insieme, hanno cominciato a coalizzarsi, a riconoscersi…Così sono nate le 7 sezioni del libro: Numeri, La lista, A piedi nudi, Qui è ancora notte, Voci, L’esodo e gli Intrusi.

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Mi sono accorta di aver fatto anch’io un viaggio, in questi anni in cui ho lavorato per cercare di far emergere la voce di  ogni singolo testo, rispettandolo. Un viaggio nelle storie e nelle vite degli altri. Ci sono testimonianze che riguardano Camarda, Calascio, Coppito, Paganica, San Demetrio, San Gregorio… Zone o quartieri dell’Aquila come San Pietro, Costa Masciarelli, Via Sassa…Nomi che dicono ben poco ai non aquilani, e allora  spesso,  per sintesi,  usiamo dire L’Aquila…Sono testimonianze di ragazzi e  di adulti , di tutte le età e di tutte le professioni.  Autori più o meno noti:  alcuni  hanno un rapporto frequente o professionale con la scrittura, altri  hanno scritto per la prima volta per me. Oserei dire:  scritto per noi. Perché forse, la caratteristica de I gigli della memoria, la sua forza è che è stato un libro condiviso, in tutte le sue fasi: per questo ho usato il sottotitolo Narrazione collettiva. Anche per me ci sono state lunghe pause tra le varie fasi di preparazione del libro:  giorni in cui non riuscivo a trovare il distacco sufficiente da quei  testi che comunque mi riguardavano. Ci sono tanti rimandi tra la prima parte del libro e la seconda, nella quale ci sono soltanto i miei testi e che riguarda invece questo tempo post-terremoto: ma scoprirli toccherà ovviamente al lettore ideale.

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Ogni racconto è un giglio ed ogni giglio corrisponde ai gigli dell’Aquila, bellissimi abbellimenti finali delle catene di ferro che tenevano in piedi i muri maestri nelle vecchie case aquilane. La scrittrice Laudomia Bonanni sostiene  che siano   degli ex voto: e che questi gigli siano stati messi sulle case e sui muri rimasti in piedi dopo il terremoto del 1703. Quei gigli  ci sono ancora:  anche se un po’ nascosti e poco visibili, rappresentano ormai per me ( e non solo per me ) il simbolo della città. Mi piacerebbe che spuntassero di nuovo  su ogni casa ricostruita, a testimoniare dopo  la seconda distruzione e questa seconda voglia di rinascita. I gigli legano, in una catena di ferro, quelli che non ci sono più e quelli che verranno.

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Si, la post fazione di Paolo Rumiz è scaturita  proprio da una sua visita all’Aquila. L’ho accompagnato in zona rossa, perché volevo che vedesse i gigli, tra le rovine… ne è nato un episodio del dvd Le dimore del vento, con la regia di Alessandro Scillitani, allegato a La  Repubblica.

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Ho cominciato a scrivere quando ho cominciato a leggere…più o meno.La parola mi ha sempre affascinato.Mi sembra di ricordare che compitassi già all’asilo. Ho avuto  un nonno  che sapeva inventare ogni tipo di favole, aggiungere infinite variazioni. Conosceva a memoria lunghe filastrocche. Me le raccontava con infinita dolcezza e pazienza. Storie del paese, dei briganti, degli esserini che  vengono dalla notte e che  ti fanno i dispetti,  di quelli che ti nascondono gli oggetti o vivono sui rami degli alberi…Il mio destino era già segnato.

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Si, certo sono nata in un piccolo paese della Marsica, Verrecchie, in provincia dell’Aquila. In prima media ho letto Anna karenina. Tutto. Leggevo di tutto. Dalla piccola biblioteca scolastica ai volumi che una biblioteca viaggiante, nascosta  dentro un furgone, portava una volta al mese fino al mio paese… Avevo tanto tempo per leggere. Mi piacevano tutti i fumetti, soprattutto quelli da maschio: Zagor, Black, Diabolik, Tex. Leggevo, leggevo.

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Per anni i miei quaderni hanno stazionato , dalla casa alla cantina, poi in un altra cantina..poi nel forno..per fare il pane o i dolci…ed è giusto così..Ma dai 18 anni in poi sono sempre andata in giro , ovunque, con un quaderno o un’agenda nello zaino, nella borsa… Questi li ho salvati, quasi tutti. Anche adesso,  con un quaderno nella borsa. Così nascono i miei libri. Scrivo,  anzi mi lascio scrivere. Li chiamo i giorni delle nuvole: il pensiero è distratto e la mente sta altrove…Non so bene dove sia questo altrove. Ma ci entro..e ci resto, per un po’. Quando ne esco, ho un bottino di parole: che sia una poesia, un progetto, semplicemente una frase..qualcosa riemerge da quelle nuvole e si solidifica…a volte ne sono appena cosciente..sento che si sta agglutinando..che la parola si fa rotonda, come una caramella tra le labbra: e quel sapore..ogni volta è sempre un sapore diverso…amaro, aspro, dolce, agrodolce, piacevole o spiacevole…sa di mare e di montagna, sa..di tempo.

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Si,  il tempo mi ha sempre affascinato..ho sempre riflettuto sul tempo e la memoria…e non ne sono mai venuta a capo…Forse questo è il senso della vita: il proprio viaggio nel mondo e gli incontri che questo viaggio ci offre con miriadi  di esseri viventi: uomini e donne, animali gatti e cani, uccelli, fiori, alberi e foglie…ed anche libri..Sì,  certo,  libri: abbracci che ho stretto con scrittori lontani millenni e che pure sento come se  (mi)  fossero contemporanei…Ci sono libri che non si chiudono mai…restano con noi, dentro di noi.

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Sì, è stata una esperienza dolorosa. Però paradossalmente ha potenziato i pensieri, la visione, affinato la sensibilità. Ho ritrovato il gusto dell’essenziale : pochi vestiti, pochi libri, poco di tutto…tanto di altro…il mio motto è diventato: omnia mea mecum fero. Porto tutto dentro di me. Gli anni trascorsi, i pensieri, i ricordi, le esperienze..il tempo. Come una chiocciola, come una lumaca… A volte un millimetro o un secondo costano fatica…altre volte il cammino procede più spedito…

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Non so quando potrò tornare nella mia casa e nella mia città. La mia , come quella di tanti tanti, è una vita sospesa. Ma cerco di viverla  con la stessa intensità di sempre. Appassionarmi alla bellezza. Innamorarmi dei luoghi o delle persone, coltivare i fiori e guardarli crescere, scrivere, leggere. Vivere è già un miracolo.  A questo miracolo ogni giorno recito la mia preghiera laica.

 

Patrizia Tocci

Novembre 2012

 



Paolo Rumiz e Alessandro Scillitani : nella dimora del vento, All’Aquila.

 All’Aquila, il 3 febbraio alle ore 17, presso l’Auditorium Serricchi-Carispaq, in Viale Pescara , ci sarà la presentazione del dvd “Le dimore del vento”con lo scrittore  Paolo Rumiz ed il regista  Alessandro Scillitani. E’ un ritorno gradito  ed importante per la città dell’Aquila.

“ La febbre dei luoghi abbandonati mi prese in Grecia”: con questa frase Paolo Rumiz, inesausto viaggiatore e  scrittore, giornalista del Piccolo di Trieste e di Repubblica,  comincia  e  giustifica il suo viaggio dell’estate 2011, alla ricerca delle  “Dimore del vento”, dei luoghi abbandonati, delle case degli Spiriti. Per la prima volta il viaggio è stato filmato da Alessandro Scillitani : diventato poi un dvd, distribuito con Repubblica.

Nel suo   viaggio lento,  Paolo Rumiz   percorre i “sentieri dei nidi di ragno”ormai chiusi,   sbarrati;  entra con delicatezza, scosta , cerca, domanda ai pochi umani presenti in quella totale desolazione. Tutti rispondono allo stesso modo: un luogo E’ memoria. E’ il concentrato dei volti e dei nomi che lo hanno addomesticato;  la storia   di intere comunità  può essere racchiusa in un toponimo, nella ruggine di una centrale abbandonata, nel nero di una torbiera, in una stazione dismessa, in una fabbrica sprangata, in un faro che non risplende più. Non sono ancora “rovine” nel senso archeologico del termine; fanno parte di un passato ancora prossimo , espunto velocemente dalla nostra memoria.

Luoghi che non troverete in nessuna guida, libro di viaggi o mappa. Rumiz aveva la sua, di mappa. Una carta fatta a mano, piena di nomi, numeri di telefono, contatti, suggerimenti, ombre da inseguire. L’ho vista, quella mappa, sul tavolo di uno dei pochi bar riaperti in una città abbandonata: L’Aquila, la città che non c’è. La mia città. Ho accompagnato Rumiz e Scilliitani nella zona rossa  ad  incontrare  le ombre e il silenzio,   le lancette ferme degli orologi;  scortati da un branco di cani, unici custodi del luogo. Meno male che qui  – e altrove –  esistono ancora i custodi dei luoghi:  animali totemici,  parole o persone che mantengono vive le memorie;  piccole divinità   benefiche che lottano disperatamente contro  i mangiatori di loto.

Dai Forti della Maddalena al deposito di scorie di Saluggia, dai ruderi di Rocca Calascio alla desolazione di Venezia, dalla casa del poeta Tommaso Landolfi  al cimitero di Lavezzi:  per  ritrovare la voce dei luoghi sopravvissuti alla  legge inesorabile della dimenticanza. Le immagini girate e catturate da Alessandro Scillitani si sposano perfettamente con le parole e l’andare di Rumiz,  impreziosite da musiche e silenzi che  ne sottolineano i  paesaggi e  i passaggi geografici; documentano  lo spazio del cibo, la sosta o  la magia degli incontri .  Viviamo o cerchiamo di vivere in un paese  dalla memoria corta che lascia marcire i suoi tesori, cancella i tratturi, incrementa le diaspore;  un paese che rinnega le sue origini, le sue caratteristiche peculiari. Così  può accadere  che il passato prossimo si trasformi in passato remoto:    rimosso   dall’oggi ,  confinato  invece in un eterno presente che ha tutte altre ragioni, tutte altre necessità. Ma  nessuna destinazione e neppure  memoria di sé.

 Riporto le parole di Rumiz, scritte su Repubblica del 14  Agosto 2011 : “Fu allora che uscì la Luna, dalla parte della Majella, la grande montagna madre, e dentro il mantice dei polmoni sentii gonfiarsi un canto silenzioso d’anarchia e di furore. Diceva: tornatevene aquilani, disobbedite ai divieti. Tornate prima che la città muoia, diventi archeologia. Tornate e riprendetene possesso con le vostre cose, i vostri rumori e i vostri odori. La zona è rossa, ma di vergogna per come viene preclusa ai vivi. Non consentite che le vostre strade diventino terra di cani. Sentite come il luogo vi chiama, come tutti i vostri morti vi chiamano. Non accettate di essere esuli in casa vostra. Non lasciate sole le vostre pietre.”

Nemmeno Paolo Rumiz e Alessandro Scillitani vogliono lasciare sole le nostre pietre. Per questo tornano. Perchè è come..un mal d’Aquila.

(La regia del video, tratto dai racconti di viaggio “Le case degli spiriti” pubblicati su “la Repubblica” nell’agosto 2011 e prodotto dalla Tico Film Company, è di Alessandro Scillitani.)LE DIMORE DEL VENTO