Dante Maffia legge Nero è il cuore del papavero, ultimo romanzo di Patrizia Tocci

PATRIZIA TOCCI, Nero è il cuore del papavero, Chieti, Edizioni Tabula fati, 2017, pagg. 127.

C’è stato un lungo periodo durante il quale l’attenzione dei poeti e dei narratori è stata rivolta quasi esclusivamente alla madre, se si escludono i memorabili esempi di Camillo Sbarbaro, Alfonso Gatto e Salvatore Quasimodo, anche se non mancò un’antologia ricca e articolata curata da Luciano Luisi.
Da un po’ di anni a questa parte l’attenzione si è rivolta al padre e così sono fioriti romanzi e racconti che hanno sopperito alle manchevolezze.
Patrizia Tocci, già prosatrice e poetessa con libri di molto interesse come Un paese ci vuole, del 1990, Pietra serena, del 2000, e La città che voleva volare del 2010, dedica al padre un romanzo, Nero è il cuore del papavero, fresco di stampa.
E’ la ricostruzione di un mondo che ormai esiste soltanto nei libri di antropologia, ma che la scrittrice fa rinascere sull’onda calda della memoria per ridare vigore e sostanza ai ricordi, per ridisegnare la vita e l’anima di un uomo che sembra essere nato dalla terra e vissuto dentro le regole ancestrali di un Abruzzo immobile nei secoli, ma vivo e palpitante, ricco di quei mille rivoli d’amore che costituiscono l’affresco meraviglioso e dolorante della memoria.
Il romanzo non racconta storie complicate o avventurose, non offre intrecci che si sviluppano con concatenazioni a sorpresa, ma scorre lieve e accorato sulle vicende di un quotidiano che, direbbe Lorenzo Sterne, ha più forza e ragioni autentiche delle grandi avventure.
Sì, una vera e propria educazione sentimentale che focalizza, nella dolcezza più assoluta, le abitudini contadine, i dialoghi tra padre e figlia, i sospiri, addirittura, sullo sfondo di paesaggi meravigliosi ora ammantati del bianco della neve e ora colorati di fiori che sottolineano il bisogno della tenerezza.
La Tocci spesso non disdegna di dare pennellate di poesia, di soffermarsi su particolari che in sintesi offrono il carattere dell’uomo semplice che davvero sente crescere il grano e davvero è un albero, come sostiene la figlia.
Insomma, “Quanto vale una rosa d’inverno?”. Vale una intera esistenza e dimostra che i sentimenti sono l’osso e l’anima, come diceva Bartolo Cattafi, dell’umanità e che senza di essi tutto sarebbe una corsa verso l’inessenziale e l’inutile.
La scrittura di Patrizia Tocci oltre che poetica ha il pregio di portarci dolcemente dentro un rapporto che ci fa conoscere l’autenticità delle radici terragne di un luogo che sembra essere una pagina biblica. Infatti la ieraticità dei gesti, la rivisitazione delle tradizioni, i silenzi, le fioriture, le albe, i tramonti non sono soltanto descrizioni, ma momenti di comunione con la natura, essenze di comportamenti che danno senso allo scorrere della vita.
Un libro così sicuramente sarebbe piaciuto a Ignazio Silone e a Francesco Jovine. E’ piaciuto anche a me e a tutta la Giuria.

DANTE MAFFIA
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Nero è il cuore del papavero di Patrizia Tocci

Nero è il cuore del papavero
È un libro che insegue le tracce della memoria, attraverso la figura di un padre che non c’è più, ma di cui restano i gesti, le parole, le abitudini. È la fine di un mondo contadino che s’intreccia ai profumi, agli odori, rumori, colori scomparsi dalla realtà ma non dalla memoria.
Attraverso questo dialogo dell’autrice con l’ombra del padre, riemerge una civiltà che sta scomparendo ma che ha formato le nostre categorie mentali. L’infanzia del padre e quella della figlia si confondono, si chiamano e si assomigliano, nel ritrovare radici universali e profonde.
Pagine da cui fuoriesce la neve, matura il grano, profuma e si sente crescere l’erba: con sentimenti duri come il mallo di una noce e limpidi come l’acqua delle sorgenti montane, in un continuo passaggio tra presente e passato, in un legame tenuto in piedi dagli alberi, dalle primule che rinascono testarde, dai papaveri che continuano a splendere per una notte sola.
Sostanzialmente un viaggio nelle dimensioni interiori del tempo, in cui il presente ritrova nel passato il filo conduttore dell’esistenza e lo utilizza per fare spazio al futuro.

Copertina di Antonello Santarelli

[ISBN-978-88-7475-547-9]

Pagg. 136 – € 11,00
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Io non so parlar d’ amore

Si erano appena conosciuti, corso per futuri sommelier. Lei aveva i capelli corti e ricci, un bel colore bruno ramato, due grandi occhi inquieti e quando sorrideva, una fila di denti bianchissimi; prendeva nota di tutto su un’agenda voluminosa. Lui sempre distratto, un’aria svagata, occhi liquidi e chiari, coperti da una leggera frangia biondastra. Alto e magro, eppure impacciato e goffo, davanti ad un bicchiere di vino e seduto ad un tavolo, diventava un gran parlatore. Aveva liberato qualche sguardo forte, invitandola a cena. Era stata una giornata afosa e la città sembrava abbandonata. Al ristorante cominciò la schermaglia. Erano in disaccordo sul vino da scegliere. Il cameriere aspettava, perplesso e impaziente. Alla fine non decisero ed ordinarono un rosso ed un bianco.Voglia di litigare, forte: le parole sembravano transenne. “ Il rosso “ – sosteneva lei, guadando un punto imprecisato del soffitto- “ è il colore della fine e dell’inizio, questo rosso è stato blu e viola torbido, prima di passare alla trasparenza del vino.” Lui muoveva con grazia studiata le mani magre sulle quali brillava un anello d’argento con una pietra nera: “E il mio bianco, allora? Guardalo in trasparenza; mi ricorda i viali di pioppi in autunno, quelli che costeggiano i fiumi e la nebbia di certe mattine…” Tra una portata e l’altra proprio nulla da condividere: la cucina tradizionale e quella esotica, la lentezza e la velocità, la musica classica e il rock… Poi ci fu silenzio. Imbarazzante. “Dove andrai in vacanza, quest’estate?” chiese lui, tanto per mantenere vivo uno straccio di conversazione.“ Amsterdam.” Rispose lei, sempre guardando con gli occhi quel punto imprecisato del soffitto. “ Sono anni che voglio vedere Van Gogh”. “Non ci crederai ma anch’io, si insomma, l’adoro, soprattutto quel giallo carico, elettrico…” “Io, veramente, preferisco i rossi e i viola, in quasi tutte le tele…”. Il tono della polemica si era addolcito. Restava una lieve scontrosità di fondo, come la posa del vino fatto in casa. Lei continuava a parlare della sua terra rossa, dei muretti a secco e degli ulivi. Lui descrisse le sue montagne a strapiombo sui torrenti, la consistenza della neve fresca e l’intimità della nebbia.
Uscirono. Non era ancora buio, il fiume aveva conservato qualche traccia di luce negli ultimi fuochi del tramonto. Camminavano, distanti e in silenzio. Non lo sapevano ancora ma si erano già sciolti, Bianca e Bruno, dentro la stessa bottiglia.

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Faville ( F come Faville, Alfabeto di Patrizia Tocci)

image F come Faville ( Alfabeto di Patrizia Tocci) “ poi, come nel percuotersi dei ciocchi arsi / surgono innumerevoli faville / onde gli stolti sogliono augurarsi “ (Par. XVIII) Nella cantica della luce, persino il fuoco partecipa dello splendore con le sue scaglie di luce, le scintille. Più volte Dante ricorre a metafore che riguardano la fiamma e il fuoco: fino a definire la sua stessa opera una favilla a cui seguirà un grande incendio. Nella tradizione contadina le faville venivano chiamate monachelle o monachine. Erano in contatto con il mondo superiore: salivano attraverso il buio fino alle stelle. Tutti conosciamo la magia del fuoco: quello acceso di notte sulla spiaggia, in una taverna tra amici, nel focolare di casa: sensazioni di intimità, benessere, allegria. Fuoco che ha difeso intere generazioni nella lotta contro il Generale Inverno. Il mio augurio è che possiate trovarvi attorno ad un camino reale o immaginario, insieme a tutti i vostri cari, anche quelli che non ci sono più. Sentirvi in una bolla di sapone, in un atomo di miele. Cibarvi più di emozioni e sentimenti che di piatti succulenti e dolci. Ritrovare vecchie radici, e nuove. Augurandoci, come fanno gli “sciocchi, che l’ anno nuovo sia migliore dell’ anno passato. Acquistando un’agenda, un calendario per sbirciare i giorni. Con il proposito di migliorare la nostra essenza, la nostra umanità.



L come lucciole ( alfabeto di Patrizia Tocci)

“ …come la mosca cede alla zanzara,
Vede lucciole giù per la vallea
Forse cola’ dove vendemmia ed ara … Inferno, canto XXVI. Se fosse stato possibile il nostro viaggiatore pellegrino avrebbe portato con se una macchina fotografica. O forse no. Dante e’ un entomologo capace di costruire una geografia immaginaria tra microcosmo e macrocosmo, trasformare il dettaglio in una splendida metafora : mosche, lucciole e zanzare, piccolissimi insetti diventano essenziali nel suo mondo poetico. La mosca cede alla zanzara nel passaggio dalla primavera all’ estate, e con precisione quasi maniacale nell’ora del tramonto, quando le zanzare diventano più insidiose. Pasolini, negli Scritti corsari, usa la metafora della scomparsa delle lucciole per sottolineare “ un ricordo, abbastanza straziante del passato”. Eppure sembra stiano tornando, le lucciole: nonostante l’ inquinamento luminoso, i fitofarmaci e le monocolture. Conservo in me la ricchezza di aver visto da bambina – lucciole belle, venite da me, sono principessa son figlia del re – le lucciole sciamare nell’ inchiostro liquido della notte, tante quante le anime che bruciavano nella bolgia. Ognuno, come accade per l’ Ulisse che Dante ha immaginato, procede nel suo viaggio paradisiaco o infernale, illuminato e vinto dalla luce che porta con se’: quella del suo desiderio.
( ripr. riserv. Pubblicato su @ilcentro quotidianoregionale)