Ricordi di scuola

Una delle più belle e originali dichiarazioni d’ amore che io conosca è stata fatta grazie al telegrafo, in un piccolo paese di montagna. Sembra uno di quei copioni teatrali dal sapore perduto: il maestro della scuola elementare manda un messaggio d’ amore attraverso il telegrafo con richiesta di nozze all’operatrice del locale ufficio delle poste. Fu artefice di questo romantico gesto ( così mi racconta Dante Capaldi, una vita anche la sua trascorsa nella scuola) il mio primo maestro delle elementari: si chiamava Avelio. Da mocciosi ci trasformò in ragazzi e ragazze. Era facile all’ ira, soprattutto con i più indisciplinati; ma anche alla dolcezza. I segnacci rossi che lasciava sui nostri compiti sembravano tanti pioli su cui bisognava salire. Facevamo colazione e ricreazione nel giardino della scuola, una masnada di bambini: qualche scapaccione affettuoso per riportare l’ordine in una pluriclasse mista, dalla prima alla quinta. Anche I miei ricordi sfilano a volte con il nitore ordinato di un abbecedario : la cartella marrone, il sussidiario, il mappamondo rotondo, le cartine alle pareti altissime, la stufa enorme e quel freddo di una piccola scuola di montagna. Ho ritrovato il maestro Avelio molti anni dopo e non fu facile riassumere in poche parole tanti anni, né per lui né per me. Un maestro è qualcuno che ha avuto fiducia in te, ti ha aiutato a crescere: questo fanno, i buoni maestri, gli educatori. Sorvegliano, suscitano, intuiscono la potenzialità nascosta in ogni scolaro. Da insegnante mi capita di incontrare quegli sguardi, ogni mattina, anche quando cercano di nascondersi dietro gli zaini, dietro la frangia dei capelli o cercano di difendersi con un’aria annoiata. Gli amori e gli odi, le domande e le risposte sono le stesse. Si cerca di crescere, insieme . Così sembra, quasi, di non invecchiare mai. Dal primo maestro, agli altri che ho incontrato nel mio percorso. E che vorrei ringraziare così.
©️Patrizia Tocci pubblicato su #ilcentro
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Natalia Ginzburg, una Corsara in Abruzzo ( In terra d’Abruzzi )

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Neve di primavera di @ Edda ecle ragone

Neve di primavera di @ Edda ecle ragone

In terra d’ Abruzzi, per la seconda mia rubrica che ospita Il Centro, vi parlo del bel libro che @sandra petrignani ha dedicato a Natalia Ginzburg ed in particolare anche agli anni trascorsi al confino insieme al marito Leone Ginzburg.
Su un sentiero pieno di neve, c’è la scrittrice Natalia Levi in Ginzburg, mentre trascorre a Pizzoli, nell’ Abruzzo aquilano, gli anni del confino con suo marito, Leone. La scrittrice ne Le piccole virtù racconta : “ in Abruzzo non c’è che due stagioni: l’ estate e l’ inverno. La primavera è nevosa, ventosa come l’ inverno e l’autunno è caldo, limpido come l’ estate; quando la prima neve cominciava a cadere, una lenta tristezza si impadroniva di noi.” Scelse come pseudonimo Alessandra Tornimparte ( Tornimparte è un altro comune del circondario aquilano). Nel 1964, raccogliendo alcuni racconti per Einaudi, la scrittrice ci rivela nella prefazione date e località. La strada che va in città, scritto a Pizzoli, dal settembre al novembre 1941, risveglia ricordi: “ i miei personaggi erano la gente del paese, che vedevo dalle finestre e incontravo sui sentieri”; “ la strada che tagliava in mezzo il paese, fino alla città di Aquila, era venuta anche lei dentro la mia storia”. Altro racconto ambientato a Pizzoli è Mio marito ( 1941); la casa in cui vivevano dava sulla piazza, dove c’era la fontanella, le donne con gli scialli neri. C’è ancora la stanza con l’ aquila dipinta sul soffitto: la stessa che aveva visto Natalia. Questa ed altre Informazioni ci offre Sandra Petrignani, nel suo recente libro La Corsara, ritratto di Natalia Ginzburg in cui ricostruisce la vita di Natalia, dei luoghi abitati e frequentati dalla scrittrice, intervista testimoni: illumina periodi bui con dettagli e ricostruzioni filologiche, citazioni dai libri e ci rende contemporanea Natalia, come se camminasse ancora con noi.Così diventano, per noi abruzzesi, una miniera le pagine dedicate al confino di Pizzoli. Resta sempre qualcosa di magico nei luoghi in cui hanno abitato gli scrittori e gli artisti. Sarebbe importante averne cura, farne memoria: non solo attraverso la pagina scritta ma anche salvando, per tutti, le tracce del loro passaggio.

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In terra d’Abruzzi ( rubrica Il Centro)

Sotto il nome di “Aprutium” che forse vuol dire scosceso, c’è la nostra terra: , divisa in Abruzzo Citeriore e Ulteriore, accorpata con il Molise, ridivisa e quasi pronta per essere inserita in una macro-regione. Inseguiremo scrittori, viaggiatori, pittori, poeti: tra la montagna e il mare, nei reticoli delle città, nei piccoli paesi dell’ entroterra; abitudini, costumi, colori, profumi, cibi antichi e parole dimenticate saranno le nostre guide. Su un sentiero pieno di neve, c’è la scrittrice Natalia Levi in Ginzburg, mentre trascorre a Pizzoli, nell’ Abruzzo aquilano, il periodo del confino con suo marito, Leone. La scrittrice ne Le piccole virtù racconta: “ in Abruzzo non c’è che due stagioni: l’ estate e l’ inverno. La primavera è nevosa e ventosa come l’ inverno e l’autunno è caldo e limpido come l’ estate; quando la prima neve cominciava a cadere, una lenta tristezza si impadroniva di noi.” Il racconto venne pubblicato nel 1941 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte ( Tornimparte è un altro comune del circondario aquilano). Nel 1964 i sei romanzi furono raccolti in un volume, per Einaudi; nella prefazione, la scrittrice ci svela date, località. La strada che va in città, scritto a Pizzoli, dal settembre al novembre 1941, risveglia i suoi ricordi: “ i miei personaggi erano la gente del paese, che vedevo dalle finestre e incontravo sui sentieri”; “ la strada che tagliava in mezzo il paese, fino alla città di Aquila, era venuta anche lei dentro la mia storia”. Un altro racconto ambientato ancora a Pizzoli, è Mio marito ( 1941); la casa in cui vivevano che dava sulla piazza, , la fontanella, le donne con gli scialli neri: ci sono, ancora. Così la biblioteca comunale, intitolata a Leone e Natalia: i figli e gli eredi si sono recati nel piccolo comune abruzzese, lasciando in dono libri e ricordi. Tra passato e presente, dentro la nostra bella terra d’ Abruzzi. In cerca dei luoghi che resistono.
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Alfabeto A come Alberi ( dedicato a Dante)

A come alberi ( Alfabeto di Patrizia Tocci) “Ma tosto ruppe le dolci ragioni / un alber che trovammo a mezza strada / con pomi a adorar soavi e buoni” ( Purg. XXII) . Vengono affidate agli alberi, nella Commedia splendide metafore: la celeste lasca, I giunchi che crescono nel fango, i roveti, le viti, gli altissimi alberi che si intravedono sulla dolce montagna del Purgatorio, l’ intrico dei rami con cui si apre il poema.Nel canto XIII, entrando nella selva dei suicidi, Dante stacca un rametto da un pruno. In risposta alla sua azione, un urlo :“ perché mi schiante?” E’ la pianta a domandare , anzi l’ uomo trasformato in pianta, secondo echi mitologici lontani. L’ albero del bene e del male, il giardino dell’ Eden, l’ albero della vita, i grandi baobab solitari parlano di noi e con noi: un dialogo che dura da millenni. I fratelli ulivi di D’ annunzio, i cipressetti o il melograno di carducciana memoria, il Ciliegio di Montale, l’ albero mutilato dalla guerra di Ungaretti.Ogni volta che distruggiamo una pianta, che appicchiamo fuoco ai boschi, se ettari di verde fanno posto a deserti di cemento: quelle piante dovrebbero poter ricordarci che siamo in fondo“ sterpi” , incutendoci un po’ di terrore per le nostre continue malefatte. “ Non hai tu spirito di pietàde alcuno?” ci chiede ogni volta, ogni pianta. E’ la seconda domanda a cui non sappiamo rispondere.DSCF5663



La Cipolla ( Carboncino )

Tra l’ autunno e l’inverno, appena splende un giorno di sole, persino le commesse dei negozi
si affacciano sulla porta. Le spiagge tornano lunghe, vuote degli ombrelloni, e la notte dilaga rapidamente tra le case, presto, sempre troppo presto. Nei piccoli paesi di montagna si accendono i camini e I fumi salgono dritti nell’aria pulita. Ė una terra di nessuno quella tra l’autunno e l’inverno . Gli studenti -la generazione delle felpe- nascondono le orecchie nel cappuccio e le riempiono della loro musica. Portano tutti e tutte pantaloni stretti in fondo con il risvoltino alzato, da cui si intravvedono stinchi e caviglie nude. Sfidano così I rigori di un inverno ancora mite. Ricompaiono sciarpe e guanti, cappelli e baschi. Fumano le sigarette e il fiato. Sono giornate avare di luce e si riscopre il piacere del caldo di una casa, pensieri nascosti dietro vetri apwpannati. Arrivano zaffate di vento gelido, dal nord. Inizia il rituale dei regali; qualcuno ha già preparato l’albero di Natale. Le città scintillano. Siamo alla fine di un altro anno, con un po’ di nostalgia per quello che sta finendo. Bisognerebbe cominciare a guardare nello zaino del 2017, per vedere ciò che ci ha portato e che vorremmo conservare. Mi piacerebbe potervi augurare che il vostro zaino contenga, tra le altre cose, una cipolla. Perché la poesia è anche una cipolla. Levi uno strato, una foglia e sotto ancora un altro strato di carta velina e poi ancora e ancora, fino ad arrivare a quella specie di germe verde, il seme del cuore. Gli anni che si sovrappongono sembrano così sottili che qualche volta facciamo difficoltà a ricordare un nome, un volto, quel momento, quel giorno. Ma quelle ore, quei giorni e quei volti sono tutti dentro di noi. In una cupola trasparente. Se riesci a fare silenzio, tra tuoi pensieri, puoi sentirli piangere, puoi sentirli ridere. Sono la nostra povera ricchezza, il nostro sapore agrodolce. La nostra verità.

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