L come lucciole ( alfabeto di Patrizia Tocci)

“ …come la mosca cede alla zanzara,
Vede lucciole giù per la vallea
Forse cola’ dove vendemmia ed ara … Inferno, canto XXVI. Se fosse stato possibile il nostro viaggiatore pellegrino avrebbe portato con se una macchina fotografica. O forse no. Dante e’ un entomologo capace di costruire una geografia immaginaria tra microcosmo e macrocosmo, trasformare il dettaglio in una splendida metafora : mosche, lucciole e zanzare, piccolissimi insetti diventano essenziali nel suo mondo poetico. La mosca cede alla zanzara nel passaggio dalla primavera all’ estate, e con precisione quasi maniacale nell’ora del tramonto, quando le zanzare diventano più insidiose. Pasolini, negli Scritti corsari, usa la metafora della scomparsa delle lucciole per sottolineare “ un ricordo, abbastanza straziante del passato”. Eppure sembra stiano tornando, le lucciole: nonostante l’ inquinamento luminoso, i fitofarmaci e le monocolture. Conservo in me la ricchezza di aver visto da bambina – lucciole belle, venite da me, sono principessa son figlia del re – le lucciole sciamare nell’ inchiostro liquido della notte, tante quante le anime che bruciavano nella bolgia. Ognuno, come accade per l’ Ulisse che Dante ha immaginato, procede nel suo viaggio paradisiaco o infernale, illuminato e vinto dalla luce che porta con se’: quella del suo desiderio.
( ripr. riserv. Pubblicato su @ilcentro quotidianoregionale)



Andando e stando

Ha scardinato quel poco d’ordine
che appena riesco a fare
nel mondo e nel cuore.
Nello zaino leggero hai ripiegato il tempo
nascosto lo spazio e la sua musica.
Uno scrollar di spalle, una farfalla
figlia del sole e della neve.
Noi siamo un porto –
aspetteremo di nuovo la tua luce,
la vela che increspa l’orizzonte.
patrizia tocci ( ripr. ris.) Neve di primavera di @ Edda ecle ragone Neve di primavera di @Edda Egle Ragone



intervista a Maria Luisa Spaziani

Maria Luisa Spaziani mi concesse questa intervista ( della quale conservo l’audio) all’Aquila, nella sala Eden il 22 /11/2005 alle 17. L’ho poi incontrata varie volte fino allo scorso anno nel 2013, per il premio dedicato a Laudomia Bonanni: lei era una dei prestigiosi giurati. Qualche volta sono andata a trovarla nella sua casa romana, strapiena e debordante di libri. Dopo il terremoto del 2009, appena riattivai l’utenza telefonica fissa con il vecchio numero, fu la sua una delle prime chiamate. La sua voce roca e la sua conversazione, il suo perfetto inglese o francese, l’agilità con la quale si muoveva tra la letteratura e la poesia mi rimangono nel cuore. Le regalavo, ogni volta che ci incontravamo un piccolo specchio o un piccolo pettine. Era un segreto tra noi- il perché. E non lo svelerò qui. Non si tradiscono i poeti. La loro vita privata è come una soglia sulla quale bisogna fermarsi, e prima di entrare bisogna chiedere permesso. Buon viaggio, Maria Luisa.

– Gentile poetessa, nella sua raccolta “Le acque del sabato”, c’è una poesia che ha come titolo: “Via Bigli.” E’ riferita alla stessa via in cui abitava Montale a Milano?
– Sì.
– In “Hai dato il mio nome ad un albero”scritta invece da Eugenio Montale si parla dello stesso albero a cui lei si riferisce quando scrive “ il ciliegio è solo un ciliegio e più nessun amore / mi attende all’angolo della strada”?
– Sì, è lo stesso ciliegio. Quella poesia è dedicata a me. Quel ciliegio aveva le radici e il tronco dentro l’officina di mio padre: in questa settimana c’è proprio quella vecchia fotografia, su Panorama; si vedono i rami di quell’albero, era un bellissimo grande ciliegio.
– “Quando tu dormirai” è dedicata a Montale?
– No, è dedicata a mio marito (Ellemire Zolla) Sembrava stesse morendo e poi, non è morto affatto, anzi è sopravvissuto per ancora 40 anni. Ra malato di tubercolosi…Ah, gli uomini della mia vita…
D’altra parte anche Neruda scriveva…confesso che ho vissuto. –
Le scappa un sorriso arguto che parte dalle mandorle degli occhi. Cerco di indagare su poesie più recenti: “nella espressione “pentacorolla” allude forse ai cinque amori fondamentali della sua vita? È molto bella questa immagine ed ovviamente “La traversata dell’oasi” è riferita ad un ultimo avvenimento, immagino.
– Sì, l’amore che ha ispirato tutte quelle poesie…è un altro amore.
– Una curiosità. Come mai il carteggio epistolare tra lei e Montale è scritto per lo più in inglese?
– Perché lui aveva un grande affetto per l’inglese, lo sentiva forse più confacente agli epistolari amorosi, o forse per uno strano bisogno di segretezza….
– La sua vocazione poetica è antecedente all’incontro con Eugenio Montale. Come è nato il bisogno di scrivere, l’amore per la poesia? E’ sempre un demone capriccioso.
– Non so. Io amavo la poesia, ma fino ai 18 anni o giù di lì, non avevo scritto poesie. Poi un giorno ho scritto “Il paese di mia madre” . da quel momento in poi, ogni volta che dovevo uscire di casa volevo portare via quel foglio, come se fosse una specie di oggetto sacro-.
Un po’ intimidita dal suo sguardo, cerco di sbirciare la lista delle domande che avevo preparato.. Ci provo: “Mi piacerebbe poter rintracciare il magma che dà poi origine alla poesia, alla scrittura, sapere come sono nate alcune immagini ricorrenti, confrontare…
– Cara mia, quando ponevano questa domanda a Gabriell Mistral, nelle interviste lei diceva sempre: scusi, ma questo è un segreto tra me e Dio…
Si sorride, tra donne…Maria Luisa Spaziani si muove tra con delicatezza tra passato e presente, senza mai dimenticare l’amore per la vita e il futuro; ha una conversazione affabulante, la voce leggermente roca, e un sorriso gentile nello sguardo. Sembra quasi anticipare le mie domande.
– Mah. A volte per far piacere all’intervistatore si inventa e qualche volta, paradossalmente anche nell’invenzione può esserci sempre una pista da seguire, un granello di verità.-
Le chiedo una definizione di poesia.
-La poesia? Qualcosa di indefinibile, è la luce che scocca tra una parola e l’altra. E questa luce poi si vede. Il carteggio…questo carteggio al quale è stata molta importanza, sono comunque circa trecento lettere, sono lettere di puro amore…-
Private?-
– No. Però poco storicizzabili; le ho donate all’Archivio dell’università di Pavia, proprio perché a distanza di tanto tempo non le considero più private. Ci sono anche informazioni delle più disparate, tipo: ho comprato questo, troviamoci alla stazione…, una quantità enorme di zavorra…Forse, per scrivere una biografia sarebbero sicuramente interessanti, ma se lei sta cercando la matrice della poesia, quel tanto di ineffabile come dice Ungaretti, ,non credo che possa trovarla lì, perché Montale non era uomo da confessarsi. Non mi ha mai detto: ho scritto una poesia … Può succedere che se ne possano svelare alcuni dettagli-.
Nella poesia di Montale “Sulla greve”, ci sono notazioni molto personali…
– Ah. Si, era lui che fischiava. Io stavo al terzo piano di Via Cernia e lui uscendo dal Corriere della Sera, che era proprio lì vicino, fischiava l’aria della Vedova allegra, “ Sei tu, felicità.”
Le poesie che la riguardano e che Montale le ha dedicato, più o meno esplicitamente raggiungono delle vette indiscutibili. Quando leggevo Montale, sui banchi di scuola, quando ho cominciato ad interessarmi alla poesia, certo, non potevo pensare che un giorno avrei potuto conoscere la Volpe. Anche “L’anguilla”, come hanno scritto alcuni critici è già nella sua orbita, risente della sua presenza.
– Si, questo è un vero problema. L’Anguilla è la più bella poesia del 900. La conosco tutta a memoria, mi piace recitarla negli incontri dedicati alla poesia. L’ Anguilla porta la data del 1948, mentre io e Montale ci siamo incontrati nei primi mesi del 49. Alcuni critici pensano che possa essere un errore di battitura…era appena tornato da un viaggio in Siria e mi aveva dato( ci eravamo conosciuti da sei mesi) mi aveva dato questo foglietto manoscritto che io ho portato con me per anni fino a quando disgraziatamente si è sbriciolato…Avere il manoscritto de L’Anguilla e invece… molti dicono che l’anguilla è esattamente la vitalità dell’amore e probabilmente è così. Nel ‘48 da un punto di vista sentimentale Montale era molto spento. Clizia ormai risaliva a tanti anni prima quindi come abbia potuto scrivere l’Anguilla in un momento di relativa tranquillità del pensiero, della fantasia non si spiega. Mentre poi c’è stato questo nostro incontro nei primi mesi del 49.
-Nel gruppo delle poesie a lei dedicate, cosa rappresenta la statua di Lucrezia?
– Si. La statua era bellissima ed esiste ancora; era nell’androne del palazzo in cui abitavo allora. Qualche mese fa sono tornata e ho detto: andiamo a salutare Lucrezia… L’ascensore era proprio accanto alla statua di Lucrezia e una sera ebbi proprio l’impressione che nella penombra movesse le palpebre, palpebrasse. Poi glielo dissi, come gli dicevo tante cose…
-Anche la “collina di trifogli” corrisponde ad un luogo preciso?
– Si. I trifogli…una passeggiata. Quando Montale veniva a casa mia noi ci vedevamo alle 10 e poi andavamo a fare una lunga passeggiata in collina: c’erano tutti questi campi pieni di trifoglio fiorito.
Ho notato che anche nelle poesie di Maria Luisa Spaziani la tassonomia botanica e floreale è molto presente…
– Nella mia “Giovanna d’Arco” c’è il motivo del lillà; si, ed è molto delicato e simbolico; ma leggendo tutta la sua opera sto incontrando il papavero, l’ortica, i narcisi, i trifogli, le dalie, il glicine…
– Si, quella era una poesia contro un critico letterario.
– Anche la bella Ginestra…
– Lei sta parlando di “Ad una donna pisana”? Sì, contro una persona che mi ha rovinato la vita, e’ una donna che veramente…era così carina, così gentile, così poetica e nel frattempo ha messo radici a casa mia e mi ha rovinato tutto…e allora è nata l’idea di assomigliarla ginestra perché la ginestra è così profumata e gentile ma ha in realtà radici più forti di tutti gli altri fiori…una ginestra è sempre pericolosa.
– Parliamo del futuro?
– Adesso dovrebbe uscire un mio nuovo libro da Mondadori, La luna gialla e lì ho scelto di inserire tutte le ultime poesie meno le poesie d’amore
– L’esatto contrario de La traversata dell’oasi?
– Si, si parla di tutto ma l’amore non c’è mai.
Arriva il cameriere con la consumazione richiesta. Il tempo a nostra disposizione è scaduto…Quante domande avrei da farle ancora, penso. Ma come si fa a smettere di parlare con la poesia?
© Patrizia Tocci

con Maria Luisa Spaziani, 2013 L'Aquila

con Maria Luisa Spaziani, 2013 L’Aquila



“MEMORIA NON è PECCATO, FINCHè GIOVA”

GIOVEDÌ, 20 FEBBRAIO 2014 -IL CENTRO – Pagina 19 – L’Aquila
Patrizia Tocci: guai a perdere la memoria
La docente e scrittrice: il 6 aprile 2009 vidi morire la città, ora serve orgoglio, condivisione e senso di appartenenza
L’INTERVISTA 6/ CINQUE ANNI DAL TERREMOTO di Monica Pelliccione Tra le pietre antiche, sui muri lesionati dove si sono aperte profonde ferite, spuntano i gigli. Fiori di ferro, piantati qua e là. Se ne trovano a decine nel centro storico aquilano. Simbolo di una città battuta ciclicamente dal sisma. Emblema di una terra che non vuole arrendersi alla furia della natura. Patrizia Tocci lo sa bene. Nel 2006 ha iniziato a studiare il significato intrinseco di quei gigli, narrati a più riprese dalla poetessa aquilana, Laudomia Bonanni. Strani simboli legati alla storia passata, al sisma del 1703. Ma la storia ritorna, con il suo passato che diventa presente. La notte del terremoto i gigli erano sui muri, silenziosi. Tutt’intorno, devastazione e paura. Patrizia Tocci, quali ricordi riaffiorano alla mente, di quei terribili momenti? «La mia casa era in centro, vicino a San Pietro. Alla scossa delle 22,30 abbiamo abbandonato la nostra abitazione per rifugiarci in un camper posizionato vicino al cinema Movieplex. È da lì che ho assistito, inerme, alla morte della mia città. Pochi secondi per spazzare via tutto. Ricordo luci arancioni fiammeggiare nel buio della notte, mentre dal finestrino del camper vedevo cadere giù tutto: le case, i sogni, la mia terra. Ho capito subito che non avrei rivisto la mia casa, almeno non come l’avevo lasciata». Quando ha preso coscienza che qualcosa era mutato per sempre? «La mattina presto, all’alba, io e mio marito siamo saliti in sella a un motorino per raggiungere la nostra casa. Da fuori sembrava integra, in realtà dentro era completamente lesionata. Un gesto d’impeto, quello di correre in centro, quasi irragionevole. Tutti erano andati via, fuggiti e il quartiere era già deserto. Continuavo a telefonare al mio numero di casa, solo per sentir entrare la segreteria telefonica, che avevo attivato da poco ed era ancora in lingua danese, perché non avevo trovato il modo di inserire l’italiano. Sentire la voce della segreteria mi dava calore, quasi fossi di nuovo a casa». Ma il centro storico era un ammasso di macerie: un’immagine indelebile di dolore e disperazione. «Ricordo solo macerie, frontoni caduti, ovunque massi e polvere. Mi sentivo impotente e fragile, pervasa da un’incredulità che non mi dava tregua. Continuavo a guardare la città con gli occhi della memoria. Per mesi mi sono portata dietro questa sensazione, rifiutandomi persino di indossare scarpe con il tacco. Era come se non riuscissi più a fidarmi della terra che calpestavo. Una sensazione che non mi ha ancora abbandonata». Nel 2012 è stato pubblicato il libro «I gigli della memoria»: una narrazione collettiva che ripercorre, attraverso 55 testimonianze, le prime ore dopo il sisma. Com’è nata l’idea? «In realtà, già dal 2006 avevo iniziato a studiare la presenza dei gigli sui muri della città. Quei fiori in ferro battuto che spuntavano sui muri degli antichi palazzi e che servivano a tenere legate le travi principali. Ho cercato nei vicoli e li ho trovati, molti. Ho scoperto che erano posizionati quasi sempre in alto, nei piani più elevati. Una passione, quella per i gigli, sbocciata leggendo Laudomia Bonanni, che riconduceva la loro presenza al terremoto del 1703. Ma il mio interesse era solo da studiosa. Mai avrei immaginato che, di lì a tre anni, la catastrofe si sarebbe ripetuta. Ho maturato l’idea di raccogliere delle testimonianza legate al sisma e al simbolo della città». I gigli come ricordo della terra ballerina e della forza della natura? «Una sorta di memoria storica: questo vuol essere il libro I gigli della memoria. Una testimonianza da lasciare ai posteri, che racconta le prime dodici ore dopo il terremoto. Voci vere, che hanno vissuto la tragedia e che non dimenticheranno, come tutti gli aquilani. L’Aquila non deve dimenticare perché la memoria è essenza stessa dell’identità di ognuno». Sono passati quasi cinque anni dal sisma, tra luci e ombre. Con quali occhi guarda adesso la città? «Vedo una collettività che non è più tale, disgregata, parcellizzata, senza un’identità. La gente ha bisogno di condividere la propria memoria. Abbiamo vissuto una cesura dalla quale è difficile riprendersi: il solco lasciato dal sisma è profondissimo e lo valuteremo solo nel tempo. Credo che, negli aquilani, sarebbe dovuto scattare un orgoglio maggiore, un senso di appaLIBRO GIGLI ROMArtenenza e condivisione che sono mancati. Si è ragionato sul filo degli interessi e delle divisioni». Una politica errata che rallenterà la ricostruzione? «Il più grande desiderio di ogni aquilano credo sia quello di veder ricostruita la propria casa. Per riavere la città ci vorrà del tempo, ma è necessario dare un’accelerata al processo di rinascita del centro storico perché la variabile temporale è fondamentale. Un anno in meno di attesa significa restituire prima ad ogni aquilano una parte della propria storicità ed esistenza». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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UN parco letterario per Laudomia Bonanni

Vorremmo mettere in luce soprattutto la matrice aquilana della scrittrice, come ha già rilevato Antonio Cordeschi, ed invitarvi a ripercorrere la città; alcuni luoghi o atmosfere sono, anche se distrutti dal terremoto del 6 aprile 2009, per fortuna ancora sotto i nostri occhi; seppure appena modificati dalla fantasia creatrice sono comunque sempre riconoscibili.
La casa nella quale la scrittrice trascorse molti anni della sua vita si trova ancora in via Garibaldi 75; al secondo piano i piccoli e stretti balconcini ai quali avremmo potuto vederla affacciarsi, soprattutto in alcune ore della giornata, intenta a guardare il “casamento” di fronte, in via Garibaldi 60, nel quale ambientò proprio L’Imputata. “ Quel prospetto rientrante, i vuoti per i giardini, lo spazio in mezzo e il cortile dietro il portico a due archi, una fontanella a conchiglia guarniva il pilone delle arcate. Ne ricopriva la metà un glicine fronzutissimo.” C’erano “ due palme trapiantate nella terra del giardino, d’autunno chiamavano un giardiniere per impagliarle.” Il Casamento descritto dalla scrittrice è quindi esattamente quello che aveva sotto gli occhi: l’architettura del palazzo è sostanzialmente immutata, al suo posto ancora la fontanella a forma di conchiglia utilizzata come vaso per una bella felce; le due palme erano nel giardino fino a poco tempo fa e secondo l’informazione avuta dalla famiglia Bafile, sono state recentemente tagliate. Persino nei cognomi che la scrittrice attribuisce ai suoi personaggi si ripresenta questo lieve scarto dalla realtà: in mezzo a tanti cognomi aquilani ritroviamo anche quello degli attuali abitanti appena modificato in “ Basile.” Nel romanzo, al cantone del palazzo, vicino al cancello di ferro, il gruppo dei bambini trova abbandonato e forse ancora vivo, un bambino appena nato e avvolto in un foglio di giornale. Accanto sopra e intorno a questo fatto scarno, ( oggi sarebbe un trafiletto sul giornale), la scrittrice inventa e costruisce un mondo di personaggi e situazioni. Spesso per la nostra scrittrice, la cronaca fa scattare la molla del racconto. Nel romanzo è presente, non molto lontano da Via Garibaldi, “Il Casino di Via del Capro.” Prima che le case di tolleranza venissero chiuse con la Legge Merlin, in città c’era davvero un edificio di questo genere e proprio all’incrocio tra via del Capro e via della Mezzaluna. Oggi è una normale abitazione e tracce di questa storia resistono soltanto nella memoria dei più anziani. Una delle mete preferite da Gianni Falcone ( protagonista principale del romanzo) è il Chiassetto del Campanaro e la chiesa adiacente; la chiesa con la pavimentazione del sagrato a spina di pesce è senz’altro quella di Santa Maria Paganica. Stessa deformazione avviene per uno dei simboli centrali del romanzo: lo stemma con la testa d’angelo, lo scudo e l’ala in volo trafitta da una freccia, al contrario di quanto si è ritenuto finora, esiste davvero; si trova però in tutt’altra zona, nel quartiere di San Flaviano, in via Celestino V, sul portale della chiesa dei Barnabiti, appena restaurata e più conosciuta come “teatro dei Celestini” utilizzata negli anni più recenti come spazio teatrale. Forse la Bonanni conosceva bene questo stemma perché dal 1866 la chiesa aveva ospitato anche la scuola Magistrale. Grazie al realismo della Bonanni, la sua opera rappresenta per noi una fonte inesauribile di informazioni e ci aiuta anche a ricostruire la memoria storica e antropologica che è poi la vera ricchezza di una città.

La città dell’Aquila, oltre che ne L’Imputata e a numerosi articoli di giornale è presente anche in altre opere della scrittrice Laudomia Bonanni. Il Quartiere di San Pietro a Coppito non è mai nominato esplicitamente ma è sicuramente lo scenario nel quale si svolge la parte finale di Vietato ai minori. Il carcere è quello di San Domenico, riconoscibilissimo; i “leoni duecenteschi “ sono ancora collocati al lato della chiesa di San Pietro e sono sempre quelli “lisciati ad avorio dalle cavalcate dei bambini”; le bifore, gli archi a sesto acuto dei bassi, dipinti ogni anno di celeste, ne conservano ancora qualche sbiadita testimonianza. Sempre in questo libro la Bonanni ci regala una vista panoramica della città, dalla terrazza del Grand Hotel: la cascata dei tetti, le chiese con i rosoni, la pietra secolare: i muri e i tetti della città vecchia che assumono soprattutto al tramonto un riverbero particolare, un impasto di arancione ed ocra veramente suggestivo. Anche la descrizione della vita che si svolge nei vicoli ci riporta rumori, odori e frammenti di storia appena lontana : “con i solicelli lucenti di Marzo il vicolo si rimise a vivere agli usci e alle finestre. I fuselli del tombolo di zia Tecla tintinnarono di nuovo all’aperto” (Palma e le altre); oppure la fioritura e il profumo del viale dei tigli che “percorrevo ogni giorno con i libri di scuola sotto il braccio” ( Le droghe) , oppure i colori: “Pia stava sempre a guardare le montagne : il Corno con la neve e la neve al tramonto si fa rosa.” ( Palma e le altre).; oppure dal fossato del Castello: “ dai bastioni erano riuscite le cornacchie e a qualsiasi ora arrivavano coppie di studenti coi libri sotto il braccio…Gianni andava ad appoggiarsi al parapetto, sulla pietra stiepidita dal sole. Nubi enormi, a dirigibile, stavano ferme con la base orizzontale da una montagna all’altra.” ( L’imputata)
Così nell’articolo Il fiore del terremoto ci svela la ragione per la quale molte abitazioni aquilane hanno sugli spigoli, come ornamento dei tiranti, i gigli neri di ferro battuto, di varie fogge e di bellissime forme ; sono un ringraziamento dei rispettivi abitanti per essere rimasti vivi dopo il terremoto del 1703. Quindi la data di ogni costruzione “ gigliata” della nostra città si può far risalire almeno a questo periodo. Questi ex-voto che abbelliscono i nostri incroci e vicoli, tranne alcune lodevoli eccezioni spesso sono trascurati, verniciati con la stessa tintura del muro, diventati supporti aggrovigliati con i fili della luce, e quindi quasi invisibili e soprattutto sconosciuti. E’ importante preservare e conservare ciò che gli scrittori hanno visto e poi descritto nelle loro opere; pensiamo a Gavino Ledda e ad alcune zone della sua Sardegna, salvate recentemente grazie a questa nuova sensibilità, da sicura distruzione; aL Caffè di Lisbona, impensabile senza la statua in bronzo di Ferdinando Pessoa, alla Ferrara di Giorgio Bassani dove si è creato un parco letterario con guide e itinerari per far conoscere il Giardino dei Finzi-Contini o altri luoghi legati all’opera dello scrittore… Per quanto ci riguarda direttamente, questa nostra città che ha dato i natali alla Bonanni dovrebbe comprendere e valutare appieno il dono prezioso che la scrittrice ci ha fatto, consegnandoci il suo sguardo sulla città: uno scrigno pieno di memorie storiche e antropologiche, dettagli topografici ed architettonici, usi e abitudini, dimensioni emozionali nel ricordo di colori, profumi, rumori. Forse una maggiore attenzione e conoscenza dell’opera della scrittrice ci aiuterebbe anche a conoscere, valorizzare e conservare sempre di più questa nostra città: uno scrittore è sempre uno scrigno di memorie, anche per la collettività. Adesso è ancora più importante di prima.