Faville ( F come Faville, Alfabeto di Patrizia Tocci)

image F come Faville ( Alfabeto di Patrizia Tocci) “ poi, come nel percuotersi dei ciocchi arsi / surgono innumerevoli faville / onde gli stolti sogliono augurarsi “ (Par. XVIII) Nella cantica della luce, persino il fuoco partecipa dello splendore con le sue scaglie di luce, le scintille. Più volte Dante ricorre a metafore che riguardano la fiamma e il fuoco: fino a definire la sua stessa opera una favilla a cui seguirà un grande incendio. Nella tradizione contadina le faville venivano chiamate monachelle o monachine. Erano in contatto con il mondo superiore: salivano attraverso il buio fino alle stelle. Tutti conosciamo la magia del fuoco: quello acceso di notte sulla spiaggia, in una taverna tra amici, nel focolare di casa: sensazioni di intimità, benessere, allegria. Fuoco che ha difeso intere generazioni nella lotta contro il Generale Inverno. Il mio augurio è che possiate trovarvi attorno ad un camino reale o immaginario, insieme a tutti i vostri cari, anche quelli che non ci sono più. Sentirvi in una bolla di sapone, in un atomo di miele. Cibarvi più di emozioni e sentimenti che di piatti succulenti e dolci. Ritrovare vecchie radici, e nuove. Augurandoci, come fanno gli “sciocchi, che l’ anno nuovo sia migliore dell’ anno passato. Acquistando un’agenda, un calendario per sbirciare i giorni. Con il proposito di migliorare la nostra essenza, la nostra umanità.



L come lucciole ( alfabeto di Patrizia Tocci)

“ …come la mosca cede alla zanzara,
Vede lucciole giù per la vallea
Forse cola’ dove vendemmia ed ara … Inferno, canto XXVI. Se fosse stato possibile il nostro viaggiatore pellegrino avrebbe portato con se una macchina fotografica. O forse no. Dante e’ un entomologo capace di costruire una geografia immaginaria tra microcosmo e macrocosmo, trasformare il dettaglio in una splendida metafora : mosche, lucciole e zanzare, piccolissimi insetti diventano essenziali nel suo mondo poetico. La mosca cede alla zanzara nel passaggio dalla primavera all’ estate, e con precisione quasi maniacale nell’ora del tramonto, quando le zanzare diventano più insidiose. Pasolini, negli Scritti corsari, usa la metafora della scomparsa delle lucciole per sottolineare “ un ricordo, abbastanza straziante del passato”. Eppure sembra stiano tornando, le lucciole: nonostante l’ inquinamento luminoso, i fitofarmaci e le monocolture. Conservo in me la ricchezza di aver visto da bambina – lucciole belle, venite da me, sono principessa son figlia del re – le lucciole sciamare nell’ inchiostro liquido della notte, tante quante le anime che bruciavano nella bolgia. Ognuno, come accade per l’ Ulisse che Dante ha immaginato, procede nel suo viaggio paradisiaco o infernale, illuminato e vinto dalla luce che porta con se’: quella del suo desiderio.
( ripr. riserv. Pubblicato su @ilcentro quotidianoregionale)



Andando e stando

Ha scardinato quel poco d’ordine
che appena riesco a fare
nel mondo e nel cuore.
Nello zaino leggero hai ripiegato il tempo
nascosto lo spazio e la sua musica.
Uno scrollar di spalle, una farfalla
figlia del sole e della neve.
Noi siamo un porto –
aspetteremo di nuovo la tua luce,
la vela che increspa l’orizzonte.
patrizia tocci ( ripr. ris.) Neve di primavera di @ Edda ecle ragone Neve di primavera di @Edda Egle Ragone



intervista a Maria Luisa Spaziani

Maria Luisa Spaziani mi concesse questa intervista ( della quale conservo l’audio) all’Aquila, nella sala Eden il 22 /11/2005 alle 17. L’ho poi incontrata varie volte fino allo scorso anno nel 2013, per il premio dedicato a Laudomia Bonanni: lei era una dei prestigiosi giurati. Qualche volta sono andata a trovarla nella sua casa romana, strapiena e debordante di libri. Dopo il terremoto del 2009, appena riattivai l’utenza telefonica fissa con il vecchio numero, fu la sua una delle prime chiamate. La sua voce roca e la sua conversazione, il suo perfetto inglese o francese, l’agilità con la quale si muoveva tra la letteratura e la poesia mi rimangono nel cuore. Le regalavo, ogni volta che ci incontravamo un piccolo specchio o un piccolo pettine. Era un segreto tra noi- il perché. E non lo svelerò qui. Non si tradiscono i poeti. La loro vita privata è come una soglia sulla quale bisogna fermarsi, e prima di entrare bisogna chiedere permesso. Buon viaggio, Maria Luisa.

– Gentile poetessa, nella sua raccolta “Le acque del sabato”, c’è una poesia che ha come titolo: “Via Bigli.” E’ riferita alla stessa via in cui abitava Montale a Milano?
– Sì.
– In “Hai dato il mio nome ad un albero”scritta invece da Eugenio Montale si parla dello stesso albero a cui lei si riferisce quando scrive “ il ciliegio è solo un ciliegio e più nessun amore / mi attende all’angolo della strada”?
– Sì, è lo stesso ciliegio. Quella poesia è dedicata a me. Quel ciliegio aveva le radici e il tronco dentro l’officina di mio padre: in questa settimana c’è proprio quella vecchia fotografia, su Panorama; si vedono i rami di quell’albero, era un bellissimo grande ciliegio.
– “Quando tu dormirai” è dedicata a Montale?
– No, è dedicata a mio marito (Ellemire Zolla) Sembrava stesse morendo e poi, non è morto affatto, anzi è sopravvissuto per ancora 40 anni. Ra malato di tubercolosi…Ah, gli uomini della mia vita…
D’altra parte anche Neruda scriveva…confesso che ho vissuto. –
Le scappa un sorriso arguto che parte dalle mandorle degli occhi. Cerco di indagare su poesie più recenti: “nella espressione “pentacorolla” allude forse ai cinque amori fondamentali della sua vita? È molto bella questa immagine ed ovviamente “La traversata dell’oasi” è riferita ad un ultimo avvenimento, immagino.
– Sì, l’amore che ha ispirato tutte quelle poesie…è un altro amore.
– Una curiosità. Come mai il carteggio epistolare tra lei e Montale è scritto per lo più in inglese?
– Perché lui aveva un grande affetto per l’inglese, lo sentiva forse più confacente agli epistolari amorosi, o forse per uno strano bisogno di segretezza….
– La sua vocazione poetica è antecedente all’incontro con Eugenio Montale. Come è nato il bisogno di scrivere, l’amore per la poesia? E’ sempre un demone capriccioso.
– Non so. Io amavo la poesia, ma fino ai 18 anni o giù di lì, non avevo scritto poesie. Poi un giorno ho scritto “Il paese di mia madre” . da quel momento in poi, ogni volta che dovevo uscire di casa volevo portare via quel foglio, come se fosse una specie di oggetto sacro-.
Un po’ intimidita dal suo sguardo, cerco di sbirciare la lista delle domande che avevo preparato.. Ci provo: “Mi piacerebbe poter rintracciare il magma che dà poi origine alla poesia, alla scrittura, sapere come sono nate alcune immagini ricorrenti, confrontare…
– Cara mia, quando ponevano questa domanda a Gabriell Mistral, nelle interviste lei diceva sempre: scusi, ma questo è un segreto tra me e Dio…
Si sorride, tra donne…Maria Luisa Spaziani si muove tra con delicatezza tra passato e presente, senza mai dimenticare l’amore per la vita e il futuro; ha una conversazione affabulante, la voce leggermente roca, e un sorriso gentile nello sguardo. Sembra quasi anticipare le mie domande.
– Mah. A volte per far piacere all’intervistatore si inventa e qualche volta, paradossalmente anche nell’invenzione può esserci sempre una pista da seguire, un granello di verità.-
Le chiedo una definizione di poesia.
-La poesia? Qualcosa di indefinibile, è la luce che scocca tra una parola e l’altra. E questa luce poi si vede. Il carteggio…questo carteggio al quale è stata molta importanza, sono comunque circa trecento lettere, sono lettere di puro amore…-
Private?-
– No. Però poco storicizzabili; le ho donate all’Archivio dell’università di Pavia, proprio perché a distanza di tanto tempo non le considero più private. Ci sono anche informazioni delle più disparate, tipo: ho comprato questo, troviamoci alla stazione…, una quantità enorme di zavorra…Forse, per scrivere una biografia sarebbero sicuramente interessanti, ma se lei sta cercando la matrice della poesia, quel tanto di ineffabile come dice Ungaretti, ,non credo che possa trovarla lì, perché Montale non era uomo da confessarsi. Non mi ha mai detto: ho scritto una poesia … Può succedere che se ne possano svelare alcuni dettagli-.
Nella poesia di Montale “Sulla greve”, ci sono notazioni molto personali…
– Ah. Si, era lui che fischiava. Io stavo al terzo piano di Via Cernia e lui uscendo dal Corriere della Sera, che era proprio lì vicino, fischiava l’aria della Vedova allegra, “ Sei tu, felicità.”
Le poesie che la riguardano e che Montale le ha dedicato, più o meno esplicitamente raggiungono delle vette indiscutibili. Quando leggevo Montale, sui banchi di scuola, quando ho cominciato ad interessarmi alla poesia, certo, non potevo pensare che un giorno avrei potuto conoscere la Volpe. Anche “L’anguilla”, come hanno scritto alcuni critici è già nella sua orbita, risente della sua presenza.
– Si, questo è un vero problema. L’Anguilla è la più bella poesia del 900. La conosco tutta a memoria, mi piace recitarla negli incontri dedicati alla poesia. L’ Anguilla porta la data del 1948, mentre io e Montale ci siamo incontrati nei primi mesi del 49. Alcuni critici pensano che possa essere un errore di battitura…era appena tornato da un viaggio in Siria e mi aveva dato( ci eravamo conosciuti da sei mesi) mi aveva dato questo foglietto manoscritto che io ho portato con me per anni fino a quando disgraziatamente si è sbriciolato…Avere il manoscritto de L’Anguilla e invece… molti dicono che l’anguilla è esattamente la vitalità dell’amore e probabilmente è così. Nel ‘48 da un punto di vista sentimentale Montale era molto spento. Clizia ormai risaliva a tanti anni prima quindi come abbia potuto scrivere l’Anguilla in un momento di relativa tranquillità del pensiero, della fantasia non si spiega. Mentre poi c’è stato questo nostro incontro nei primi mesi del 49.
-Nel gruppo delle poesie a lei dedicate, cosa rappresenta la statua di Lucrezia?
– Si. La statua era bellissima ed esiste ancora; era nell’androne del palazzo in cui abitavo allora. Qualche mese fa sono tornata e ho detto: andiamo a salutare Lucrezia… L’ascensore era proprio accanto alla statua di Lucrezia e una sera ebbi proprio l’impressione che nella penombra movesse le palpebre, palpebrasse. Poi glielo dissi, come gli dicevo tante cose…
-Anche la “collina di trifogli” corrisponde ad un luogo preciso?
– Si. I trifogli…una passeggiata. Quando Montale veniva a casa mia noi ci vedevamo alle 10 e poi andavamo a fare una lunga passeggiata in collina: c’erano tutti questi campi pieni di trifoglio fiorito.
Ho notato che anche nelle poesie di Maria Luisa Spaziani la tassonomia botanica e floreale è molto presente…
– Nella mia “Giovanna d’Arco” c’è il motivo del lillà; si, ed è molto delicato e simbolico; ma leggendo tutta la sua opera sto incontrando il papavero, l’ortica, i narcisi, i trifogli, le dalie, il glicine…
– Si, quella era una poesia contro un critico letterario.
– Anche la bella Ginestra…
– Lei sta parlando di “Ad una donna pisana”? Sì, contro una persona che mi ha rovinato la vita, e’ una donna che veramente…era così carina, così gentile, così poetica e nel frattempo ha messo radici a casa mia e mi ha rovinato tutto…e allora è nata l’idea di assomigliarla ginestra perché la ginestra è così profumata e gentile ma ha in realtà radici più forti di tutti gli altri fiori…una ginestra è sempre pericolosa.
– Parliamo del futuro?
– Adesso dovrebbe uscire un mio nuovo libro da Mondadori, La luna gialla e lì ho scelto di inserire tutte le ultime poesie meno le poesie d’amore
– L’esatto contrario de La traversata dell’oasi?
– Si, si parla di tutto ma l’amore non c’è mai.
Arriva il cameriere con la consumazione richiesta. Il tempo a nostra disposizione è scaduto…Quante domande avrei da farle ancora, penso. Ma come si fa a smettere di parlare con la poesia?
© Patrizia Tocci

con Maria Luisa Spaziani, 2013 L'Aquila

con Maria Luisa Spaziani, 2013 L’Aquila



“MEMORIA NON è PECCATO, FINCHè GIOVA”

GIOVEDÌ, 20 FEBBRAIO 2014 -IL CENTRO – Pagina 19 – L’Aquila
Patrizia Tocci: guai a perdere la memoria
La docente e scrittrice: il 6 aprile 2009 vidi morire la città, ora serve orgoglio, condivisione e senso di appartenenza
L’INTERVISTA 6/ CINQUE ANNI DAL TERREMOTO di Monica Pelliccione Tra le pietre antiche, sui muri lesionati dove si sono aperte profonde ferite, spuntano i gigli. Fiori di ferro, piantati qua e là. Se ne trovano a decine nel centro storico aquilano. Simbolo di una città battuta ciclicamente dal sisma. Emblema di una terra che non vuole arrendersi alla furia della natura. Patrizia Tocci lo sa bene. Nel 2006 ha iniziato a studiare il significato intrinseco di quei gigli, narrati a più riprese dalla poetessa aquilana, Laudomia Bonanni. Strani simboli legati alla storia passata, al sisma del 1703. Ma la storia ritorna, con il suo passato che diventa presente. La notte del terremoto i gigli erano sui muri, silenziosi. Tutt’intorno, devastazione e paura. Patrizia Tocci, quali ricordi riaffiorano alla mente, di quei terribili momenti? «La mia casa era in centro, vicino a San Pietro. Alla scossa delle 22,30 abbiamo abbandonato la nostra abitazione per rifugiarci in un camper posizionato vicino al cinema Movieplex. È da lì che ho assistito, inerme, alla morte della mia città. Pochi secondi per spazzare via tutto. Ricordo luci arancioni fiammeggiare nel buio della notte, mentre dal finestrino del camper vedevo cadere giù tutto: le case, i sogni, la mia terra. Ho capito subito che non avrei rivisto la mia casa, almeno non come l’avevo lasciata». Quando ha preso coscienza che qualcosa era mutato per sempre? «La mattina presto, all’alba, io e mio marito siamo saliti in sella a un motorino per raggiungere la nostra casa. Da fuori sembrava integra, in realtà dentro era completamente lesionata. Un gesto d’impeto, quello di correre in centro, quasi irragionevole. Tutti erano andati via, fuggiti e il quartiere era già deserto. Continuavo a telefonare al mio numero di casa, solo per sentir entrare la segreteria telefonica, che avevo attivato da poco ed era ancora in lingua danese, perché non avevo trovato il modo di inserire l’italiano. Sentire la voce della segreteria mi dava calore, quasi fossi di nuovo a casa». Ma il centro storico era un ammasso di macerie: un’immagine indelebile di dolore e disperazione. «Ricordo solo macerie, frontoni caduti, ovunque massi e polvere. Mi sentivo impotente e fragile, pervasa da un’incredulità che non mi dava tregua. Continuavo a guardare la città con gli occhi della memoria. Per mesi mi sono portata dietro questa sensazione, rifiutandomi persino di indossare scarpe con il tacco. Era come se non riuscissi più a fidarmi della terra che calpestavo. Una sensazione che non mi ha ancora abbandonata». Nel 2012 è stato pubblicato il libro «I gigli della memoria»: una narrazione collettiva che ripercorre, attraverso 55 testimonianze, le prime ore dopo il sisma. Com’è nata l’idea? «In realtà, già dal 2006 avevo iniziato a studiare la presenza dei gigli sui muri della città. Quei fiori in ferro battuto che spuntavano sui muri degli antichi palazzi e che servivano a tenere legate le travi principali. Ho cercato nei vicoli e li ho trovati, molti. Ho scoperto che erano posizionati quasi sempre in alto, nei piani più elevati. Una passione, quella per i gigli, sbocciata leggendo Laudomia Bonanni, che riconduceva la loro presenza al terremoto del 1703. Ma il mio interesse era solo da studiosa. Mai avrei immaginato che, di lì a tre anni, la catastrofe si sarebbe ripetuta. Ho maturato l’idea di raccogliere delle testimonianza legate al sisma e al simbolo della città». I gigli come ricordo della terra ballerina e della forza della natura? «Una sorta di memoria storica: questo vuol essere il libro I gigli della memoria. Una testimonianza da lasciare ai posteri, che racconta le prime dodici ore dopo il terremoto. Voci vere, che hanno vissuto la tragedia e che non dimenticheranno, come tutti gli aquilani. L’Aquila non deve dimenticare perché la memoria è essenza stessa dell’identità di ognuno». Sono passati quasi cinque anni dal sisma, tra luci e ombre. Con quali occhi guarda adesso la città? «Vedo una collettività che non è più tale, disgregata, parcellizzata, senza un’identità. La gente ha bisogno di condividere la propria memoria. Abbiamo vissuto una cesura dalla quale è difficile riprendersi: il solco lasciato dal sisma è profondissimo e lo valuteremo solo nel tempo. Credo che, negli aquilani, sarebbe dovuto scattare un orgoglio maggiore, un senso di appaLIBRO GIGLI ROMArtenenza e condivisione che sono mancati. Si è ragionato sul filo degli interessi e delle divisioni». Una politica errata che rallenterà la ricostruzione? «Il più grande desiderio di ogni aquilano credo sia quello di veder ricostruita la propria casa. Per riavere la città ci vorrà del tempo, ma è necessario dare un’accelerata al processo di rinascita del centro storico perché la variabile temporale è fondamentale. Un anno in meno di attesa significa restituire prima ad ogni aquilano una parte della propria storicità ed esistenza». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
1392585_588187607884102_1837123584_n[2]