Il paradiso delle scarpe

IL PARADISO DELLE SCARPE

 In zona rossa ho trovato specchi rotti, erbacce, poltrone,  ciabatte sformate e perdute nella corsa e nella fretta.    Ho trovato una scarpa un po’ fuori moda, probabilmente  piegata dal  peso di una donna anziana, magari cicciottella e con le gambe gonfie;  si può veder ancora un po’ della sua storia,   qualche residuo nel tacco comodo , nel la punta un po’ sformata nella quale la cipolla del piede proprio non voleva starci…Quelle scarpe magari uguali alla  borsetta, stretta stretta, di quelle che si portano quasi sottobraccio  Ho visto anche qualche scarpa con il tacco a spillo, di  vernice    fuxia inglobata in un mucchio di macerie, sulle quali era già cresciuta  l’erba . Mi era sembrata un fiore, in tanta desolazione…  Ho visto  le scarpe da lavoro, quelle che mantengono la traccia della colla o della vernice, sporche di giorni ed anni passati ad inchiodare, a costruire, a livellare, a fare case che poi non ti appartengono; la scarpa da passeggio  da uomo, di pelle nera, lucida e pulita, quasi miracolosamente intatta quelle buone, nere, con il tacco quadrato… Ogni tanto qualche scarpa da bambino,  scarpe da ginnastica,  ma sempre spaiate sempre un solo esemplare..Che nostalgia  devono portarsi dentro  tutte quelle scarpe..se esiste un paradiso per le persone che sono morte quella notte, ci sarà anche un piano riservato alle scarpe, dove potranno ricongiungersi, dopo aver camminato per anni,  insieme su e giù per i portici,  sui ciotoli di via San Martino o sulle pietre bianche di Piazza San Pietro…

Patrizia Tocci

art. pubblicato su Il centro del 22 /1072011



ANCHE LE PIETRE PARLANO.

RIPORTO IN QUESTO POST, UN BELLISSIMO ARTICOLO DI PAOLO RUMIZ USCITO OGGI 13 AGOSTO SU REPUBBLICA.

Ho scritto tante volte della mia città. Stavolta lascio parlare Altri.

(per chi non lo avesse letto o per chi non avesse visto le immagini basta andare su www.repubblica.it LE INCHIESTE . troverete tutto il materiale…)

Alle sette del mattino, nel centro dell’Aquila deserta, vidi una donna in tulle rosso fuoco attraversare via Paganica. Era pallida e camminava senza fretta, fumando, a filo di transenne. Non so ancora dire se fosse vera o un’apparizione. Certo, somigliava a quella che avevo visto a Pico Farnese accanto alla casa vuota di Tommaso Landolfi, il poeta degli abbandoni. Le case della città perduta erano bagnate dalla luce calda del solstizio, l’ultima neve splendeva sui monti, i tigli erano in fiore e tra le rovine crescevano fiordalisi. L’Aquila era di una bellezza sconvolgente, quasi greca.

La donna camminava fumando e d’un tratto mi accorsi che, a cento metri, potevo sentire l’odore della sigaretta e il fruscio del vestito. Potevo distinguere l’alone di luce attorno alla foresta dei riccioli neri. Con un tuffo al cuore ricordai che solo le rovine desertiche di Kabul, dieci anni prima, erano riuscite a conferire una simile millimetrica evidenza – acustica, olfattiva e visiva – alla passaggio solitario della persona. Come Kabul, l’Aquila era vuota di rumori e di odori; per questo la visione era stata così perfetta e totale. Mancavano i cigolii, la voce delle stoviglie, l’odore del forno e della cioccolateria. I campanili tacevano. Non c’era anima viva.

Aspettai un risveglio. Ma alle otto nulla si muoveva. Alle nove stessa cosa. Niente voci e niente odori umani. Passarono cinque grossi cani in branco. Si sentì il miagolare di un gatto e un gran cinguettio di passeri. Tutto diceva l’inesorabile avanzata della natura nel vuoto lasciato dall’uomo. Ebbi improvviso bisogno di un rombo di motoretta, di una lite fra comari, del colpo di martello di un falegname e persino di un’autoradio a volume esagerato. Ma quando alle dieci mi raggiunse Patrizia Tocci, anche lei orfana di casa, cominciammo a parlare a bassa voce senza ragione apparente. Non volevamo disturbare il letargo delle pietre, e ci bastava un bisbiglio per capirci. In zona rossa all’Aquila si entra e si tace. Ci si lascia la vita alle spalle. In zona rossa un colpo di tosse è un tuono, il trillo di un telefonino un rimbombo.

Ai piedi dei muri transennati di Santa Maria Paganica solo la fontanella cantava, e così quando venne Enrico, un bimbo di 10 anni col papà e un pallone, mi misi a giocare con lui solo per rompere quel silenzio cimiteriale, farlo a pezzi a pedate. Giocammo per il gusto di percuotere le pietre, e l’eco delle pallonate rimbalzò per una buona mezz’ora fra il portale trecentesco della chiesa e la soglia barocca del dirimpettaio palazzo Ardinghieri, venerabile magnificenza dal tetto sfondato. Ma era dura competere col vento d’Appennino che faceva da padrone, strattonava i teloni tesi a coprire i restauri. Eravamo un veliero semivuoto in alto mare.

La città del silenzio aveva sue vestali. Come altri magnifici abbandoni, anche qui erano spesso le donne a custodire la memoria. Alla cantina del Boss, affollatissima, sotto i muraglioni del castello poco, la bionda Nicoletta Rugghia mi versò del Montepulciano e fece un memorabile elenco di ciò che era per lei la vecchia Aquila. Città, disse, è la vicina malfidante che spia dalle persiane, è lo sfaccendato, è il ciclista monomaniaco, è la signora invidiosa dei vasi di fiori altrui. Città è il dirimpettaio arrogante, il fornaio che ti frega cinque centesimi al cartoccio; città è gli sposini timidi, il postino che canta sempre, il collezionista di francobolli. “Città è questo, questo io amavo. E questo oggi non esiste più”. Fuori l’aria era tiepida, ma la città era fredda. Sfiatava miasmi umidi dal fondo dalle sue cantine.

Fu allora che Patrizia mi svelò uno dei mirabili segreti della sua città. In via San Martino angolo via dei Lombardi, in piena zona rossa, tra le macerie di altre case, c’era un palazzo quattrocentesco intatto, appartenuto a tale Jacopo di Notarnanni. Ciascuno spigolo mostrava due piccoli gigli in ferro battuto. Erano abbellimenti delle catene antisismiche tese da secoli dentro i muri maestri. Poi vidi che ce n’erano dappertutto in città, seminascosti dai ponteggi. Erano una decorazione, disse Patrizia, ma anche un ex voto. Un simbolo di purezza dedicato alla madonna, perché il terremoto del 1703 era avvenuto il 2 febbraio, giorno della Candelora. Erano stati quei gigli incatenati fra loro a salvare molte parti dell’Aquila nel 2009. Ma vallo a spiegare ai talebani dell’antisismico, invasati da furia risanatrice.

La sera del solstizio venne con grilli, vibrare di luci lontane e respiro di tratturi. Gli uomini senza più città mi avevano adottato, offerto le loro case di ormai definitiva emergenza. Mi sembrava di conoscerli da sempre. Paolo Rosati mi invitò a cena, suonò alla chitarra una delle sue canzoni di nostalgia e la sua compagna Maria Gabriella Ludovici tirò dal forno una casseruola di melanzane ripiene. Poi andammo sulla montagna fino al castello d’Ocre, dove aspettammo il buio a strapiombo sul paese di Fossa e la faglia assassina. Il cielo era arancio e viola. Da lontano, la nebulosa dell’Aquila era ben visibile col suo buco nero al centro. Il castello, già sfiancato dai secoli, era stato beccato in pieno dalle scosse del 2009. Solo un torrione restava. Il resto era un mucchio di massi instabili simili a tibie, scapole e teschi umani. Inciampai, caddi, non riuscii a salirlo. Ocre era la quintessenza dell’Abruzzo. La rovina di una rovina.

La Luna andammo ad aspettarla sulle Pagliare di Tione, un pascolo di quota da cui nessuna luce umana era visibile. Il Sirente navigava come un transatlantico spento in mezzo a milioni di stelle. Solo dalla parte della valle Subequana un tenue pulviscolo dorato ancora resisteva. Vedemmo passare un cervo, una lucciola mi si posò sulla mano destra, svegliammo uno scorpione dietro l’uscio, poi sentimmo il richiamo dei lupi. Nella baita di Paolo c’era solo qualche candela e accendemmo il fuoco nel camino. Poi raccontai delle case del vento di cui l’Italia era piena. Dissi di Paolo, l’amico che per tutta la vita aveva voluto un faro abbandonato per vivere e poi aveva scelto un faro solo per morire.

Fu allora che uscì la Luna, dalla parte della Majella, la grande montagna madre, e dentro il mantice dei polmoni sentii gonfiarsi un canto silenzioso d’anarchia e di furore. Diceva: tornatevene aquilani, disobbedite ai divieti. Tornate prima che la città muoia, diventi archeologia. Tornate e riprendetene possesso con le vostre cose, i vostri rumori e i vostri odori. La zona è rossa, ma di vergogna per come viene preclusa ai vivi. Non consentite che le vostre strade diventino terra di cani. Sentite come il luogo vi chiama, come tutti i vostri morti vi chiamano. Non accettate di essere esuli in casa vostra. Non lasciate sole le vostre pietre.

Poi restammo in silenzio, ad ascoltare lo scricchiolio delle stelle.

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz e Patrizia Tocci a caccia di gigli, nella zona rossa dell'Aquila.

 foto di Alessandro Scillitani

 La Repubblica 12 agosto 2011

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ODE ALL’INGENUITA’

Ode all’Ingenuità Noi. Noi che non dormiamo più la notte, e che ci svegliamo più o meno intorno alle 3 e 32, un po’ prima, un po’ dopo e che non riusciamo a riprendere sonno, e rivediamo ogni notte tutta la nostra vita fino a quel momento, perché il tempo, quello di oggi, è come bloccato, sospeso, irriconoscibile. Noi che siamo così ingenui da pensare che la ricostruzione di una città debba essere fatta con trasparenza e con giustizia, per il bene di tutti, per il bene comune. Noi che siamo così ingenui da indignarci per le parole di quelli che ridevano alla stessa ora in cui stavano morendo 308 persone e si sgretolavano case, identità e sogni. Noi che siamo così ingenui da pensare che ce la faremo, a ricostruire la nostra bella città e le nostre vite. Ingenui, da continuare a dare speranza a quegli anziani che ancora non sono morti di dolore perché non possono rientrare nella propria casa e vivono in una stanza d’albergo,nelle case di legno, nei camper, nei container, negli agriturismi: che non hanno nulla da fare tutto il giorno se non ruminare i ricordi e i pensieri. Noi che siamo così ingenui da pensare che questa esperienza possa lasciare appena una traccia nella psiche dei ragazzi che l’hanno vissuta: e che col tempo tutto si dimentica e tutto tornerà alla normalità ; così ingenui da volere che si faccia presto e bene, indipendentemente dalle appartenenze politiche e partitiche : davvero ingenui nello sperare che tutti i politici – dal comune, alla provincia , alla regione, al Parlamento fino al governo sentano l’urgenza di questo momento e si impegnino anima e corpo nel produrre leggi, nel decidere le regole necessarie, nel far si che ci siano tempi certi per ricominciare a pensare il nostro futuro. Noi che siamo stati così ingenui da pensare che i media avrebbero raccontato la verità, e non solo le storie strappalacrime. Ingenui anche i volontari che da ogni parte d’Italia sono venuti a darci una mano. Come tutti i vigili del fuoco che ci hanno accompagnato a recuperare ciò che si poteva nelle nostre case, tra le nostre lacrime spesso nascoste insieme alle loro. Come tutti gli uomini e le donne della Protezione Civile, come gli Alpini, la Guardia di finanza e tutte le altre Forze dell’ordine che ci hanno aiutato in tutti i modi possibili. Anche loro, tutti ingenui. Come tutte quelle persone che quando possono rientrare, anche se per pochissimo, nel centro storico dell’Aquila, provano dolore profondo nel vedere un lampadario ancora appeso, un quadro storto su una parete sventrata, una ciabatta in mezzo alle rovine, un quaderno, un libro aperto nella polvere, fradicio di pioggia e di tempo trascorso. Tanti, ingenui come me , che hanno partecipato alle fiaccolate, silenziosi e composti, senza cartelli, senza striscioni, attraversando il corpo buio di una città desolata che ostinatamente, ingenuamente continuiamo a sentire come la nostra città. Ingenui come quei tanti, che pur potendo andar via, decidono di rimanere qui, in un vuoto assoluto, fatto di due strade e qualche bar perché nutrono la speranza disperata che prima o poi anche questo cambierà. Quelli così ingenui che fanno una carezza alle colonne fasciate dei portici nel centro storico, il luogo della passeggiata e degli incontri, il luogo dello struscio e degli appuntamenti. Gli ingenui- tanti – che conservano gelosamente tutte le fotografie di questa città, sia della sua faccia sorridente che di quella ferita. Ingenui che soffrono nel vedere gente seduta negli studi televisivi che parla di noi senza aver sentito la terra tremare, la paura e lo spavento crescere, destabilizzare la razionalità e la capacità di fare. Ingenui , così ingenui da pensare che tutto ciò interessi a qualcuno, più della canzone che ha vinto il festival di Sanremo, più dell’ultima puntata del Grande Fratello, più dell’ultimo scandalo, più dell’ultimo gossip … Così ingenua da pensare che siano davvero tanti, gli ingenui. Più, molti di più degli smaliziati, più , molti di più delle iene ridens o degli sciacalli pronti a spartirsi le fette della torta. Così ingenua da pensare che queste parole ( in cui davvero la scrittura si fa vita e la vita scrittura) possano servire a capire qualcosa di più. E non solo di me. Patrizia Tocci



i colori dell’Aquila

In primo piano

I COLORI DELL’AQUILA   (puntaspilli,  4 )

Bianco e rosso pare fossero i colori originari nel gonfalone dell’Aquila; mutati in nero e verde dopo il terremoto del 1703. Quali sono davvero i colori della mia città? Nella mia memoria vedo ancora gli stessi colori, da Ponte Belvedere: al tramonto, l’arancio rosato di tutti i tetti e dei coppi, il bianco madreperlaceo degli stucchi o dei cornicioni, il grigio invecchiato degli stemmi nobiliari; il marrone brunito di quei piccoli balconi di ferro battuto che appena hanno l’ardire di affacciarsi da una parte all’altra di un vicolo. Gli intonaci delle case con una screziatura particolare; ogni tanto, dove ci sono pietre di salnitro, emergono mani sottostanti di altri colori ; la poesia di un vecchio muro scrostato, un arcobaleno tenue e irriproducibile. Su tutto, come un nume tutelare, la nuvola spumosa bianca e rosa, appena riemersa,  di Collemaggio. Un arco di colori tepido, timido che partendo dal bianco viene attraversato delicatamente dal giallo, dall’ocra, dal rosa dal grigio o da un marrone chiaro. Tinte pastello per una città di montagna, per una tradizione giustamente mimetica, rispettosa del paesaggio circostante; città e paesi di pietra di roccia di terra. Eppure in questi mesi tutto sta cambiando velocemente, così velocemente che non sempre sono sicura di ritrovarmi nella mia città. Sento parlare di grandi progetti  di riqualificazione della periferia. Invece vedo avanzare ogni giorno schiere militari  con giacche rosse o blu, presidiano un incrocio strane zebrature gialle e verdi, si innalzano da un giorno all’altro funghi rosso fuoco, azzurro denso, viola , come un pugno nell’occhio. Uniforme, questo cromatismo falsamente allegro colora le pareti, divide le facciate, sottolinea le finestre. Sembra un grande outlet disordinato. Una periferia in vendita a basso prezzo. Un’ arlecchinata arrogante, ostentata. Mi chiedo quali siano le ragioni di questo caos cromatico. Sono terminati nei vari colorifici i buoni colori di una volta? C’è un alta percentuale di daltonici tra gli amministratori di condominio ? C’è una nuova ordinanza cromatica che mi è sfuggita? Se questo è il piano di riqualificazione della periferia, non oso immaginare cosa potrebbe essere del centro. Non si rispetta in questo modo l’anima di una città   e nemmeno quella dei  paesi limitrofi,  stravolti da tutta una serie di tipologie abitative estranee alle nostre tradizioni, con  forme e fogge improvvisate, disparate e disperate.  Ma in ogni caso molto colorate.  Tante toppe  colorate, per un gonfalone arlecchino:   ci diciamo tutti   che è stata una tragedia.  Per questo non  possiamo farne  una farsa.

Patrizia Tocci