UN GRAZIE A CAMILLERI, DALL’AQUILA

Andrea Camilleri arriva, scortatissimo, col passo lento. Siamo nell’auditorium della Guardia di Finanza All’Aquila,  pieno di gente. Salgono sul palco prima i ragazzi e le ragazze della  “Volta la carta”. Avevo visto Camilleri qui all’Aquila, tanti anni fa, in un contesto completamente diverso: al teatro San Agostino, per un corso dell’Atam  sulle metodologie teatrali e la trasposizione in teatro di testi letterari. Devo avere ancora da qualche parte,  tutti i documenti e i testi di quel seminario.  Ma stanno in un’altra casa, in un’altra vita. . Faccio qualche fotografia. Il maestro Camilleri  subito si rivolge alla platea, numerosa e silenziosa.  Muove spesso le mani, si toglie e si rimette gli occhiali: l’intervistatrice Tiziana Passetti  lo stimola su una domanda molto interessante: identità e dialetto. Afferra subito l’esca e comincia  una disquisizione chiara limpida efficace sul rapporto tra dialetto e lingua. Si  scatena qualche applauso a scena aperta. All’aquila c’è stato e dura ancora un momento  di forte riappropriazione del dialetto. Penso , dentro di me: chissà se ha visto la città. No. Non ha voluto vederla. Lo capisco. Raccolgo qualche perla: “la distanza ti dà la conoscenza” “ prima c’è stata l’invasione dell’inglese nella nostra lingua italiana. Prima la tecnologia. Poi l’inglese è diventato governativo: infatti tutti parlano di Devolution, Welfare. E siamo in Italia. Mica a Londra.” Ogni tanto un guizzo d’ironia gli illumina il viso e la voce raggiunge  toni bassissimi;  si sentono  bene  le pause, nel fluire lento ed efficace del discorso.   Non è mai banale, rovescia sempre la prospettiva dalla quale potresti guardare un argomento; ti spiazza, regolarmente. Si muoverà pure a fatica,  ma la sua intelligenza ha degli scatti continui. Dribbla anche l’intervistatrice. Più volte segue un percorso apparentemente casuale ma poi lo riporta al punto iniziale. Manzoni? Un baciapile. Aggiunge altri dettagli e via via  cambia le carte in tavola..sì,  era un uomo molto tormentato … gli ho scritto una lettera che cominciava cosi “ caro Sandro…” Sa ridere anche di se stesso,Camilleri. Gioca  una partita tra l’autoironia e l’ironia, spariglia le carte, ribalta il senso degli indizi. Del resto, questo è davvero il suo mestiere. E lo sa fare bene..Mima il movimento della macchina da presa, dall’infinito al particolare: mescola cinema e poesia, letteratura ed esperienze personali, libri amati e autori sacri. L’intervistatrice cerca di fare domande : Leopardi”..bah..uno che scriveva in modo molto semplice, uno che scriveva cose ovvie “Parte un applauso dalla platea, forse di quelli che sono stati costretti a studiare Leopardi a scuola e per questo odiano Dante Manzoni e Leopardi …  Ma la grandezza delle parole semplici..il primo verso di Leopardi ( cita a memoria, con estrema facilità) è un verso di dio,  da dio…. ( sempre caro mi fu quest’ermo colle…) e  anche tutti gli altri versi sono così:  perfetti, limpidi come l’acqua. Che c’è di più semplice dell’acqua … Il  canto di Leopardi è un canto d’acqua. Rende giustizia a Giacomo: gli avrebbe battuto le mani anche lui, se  fosse stato là. Perché  Leopardi non è un poeta d’amore e di donne  appena intraviste, ma è uno che medita sulla vita e sulla morte, sul senso della vita. Gioca Camilleri, continua a spiazzare l’uditorio. Ritorna al dialetto, alla sua ricchezza: parla di Giovanni Falcone e degli interrogatori che faceva in stretto siciliano, per creare intimità e complicità. Parla della differenza tra lingua e dialetto. Ribadisce la bellezza e la ricchezza della lingua italiana. “ i dialetti sono come giacimenti auriferi” a cui ricorrere quando è necessario. Avrei voluto dirti che è stato cosi per noi, caro Camilleri. Che siamo ricorsi al dialetto perché non abbiamo più una comunità. Perché viviamo in un luogo mentale che chiamiamo “ L’Aquila “ che però,  in questo momento,  non c’è.  E’ un luogo virtuale che raccoglie i nostri ricordi,  pezzi di vita, anni , momenti, secondi , nomi  visi e facce, scorci e colori, atmosfere e stagioni..ma come faccio a spiegartelo..come.. di quella canzone, già il solo titolo mi commuove. L’Aquilabellamè. Tutto attaccato perché sennò non si capisce, tevogliorevedè…Si, come si dice a una persona cara, che non si vede più da tanto tempo: tevogliorevedè perché la nostalgia certe volte è come la foschia e ti oscura gli occhi. Perché è dura vivere come stiamo vivendo da anni. Perché il nostro tempo e il nostro spazio è stato  sparpagliato, portato altrove, polverizzato. Perché ci hanno sparigliato le pagine, spostato le case e le carte in tavola. Perché tutto questo ci ha torto l’anima e non solo i muri delle case. Caro Camillleri..tu stai lassù su quel grande palco. Forse,  come tanti altri arrivi e   te ne vai… Sta per chiudersi, per finire. Vorrei chiederti se sogni Moltalbano, la notte , se i tuoi personaggi ti vivono attorno  e accanto come succedeva all’altro siciliano Luigi Pirandello….La  macchina da presa della giornata fa uno scarto improvviso: entra nei tuoi occhi, e la voce si commuove. “ Aquilani rocciosi “ …ci definisci..e poi dici ” aquilani, Vi auguro ogni bene. Vi auguro anni felici, perché ve lo siete meritato”. Scoppia un applauso e un sentimento collettivo di identificazione. Grazie, vorrei dirti. Grazie. Anche questi sono i momenti in cui pulsa il cuore di una cittàchenonc’è.

Patrizia tocci



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2 pensieri su “UN GRAZIE A CAMILLERI, DALL’AQUILA

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