ZONA ROSSA (puntaspilli, 6)

ZONA ROSSA

(

Zona Rossa: terminologia militare con la quale si indica un limite invalicabile, pericoloso, una zona alla quale non si può accedere. La zona rossa  dell’Aquila coincide più o meno con il  centro storico della città ed è  presidiata dai militari.  E’ vero, siamo in guerra  contro un nemico che ci ha cacciato di notte dalle nostre case, in venti secondi e quando si è ritirato ha lasciato devastazione, lutti e macerie.  Come   ex residenti del centro storico possiamo recarci nella zona rossa – dove abitavamo – solo se accompagnati dai Vigili del fuoco, per provvedere al “recupero dei beni”. È transennata, la zona rossa: un sistema di cerchi concentrici con al centro la mia casa, il mio cuore. Come al tirassegno,  i colpi arrivano sempre in quel punto. Fanno male. Manca un progetto, un’idea certa e condivisa di ricostruzione. Si prospettano tempi biblici che non possiamo tollerare. Siamo in ritardo anche nello smaltimento delle macerie. Il vento, la pioggia e la neve stanno ultimando il lavoro cominciato dal terremoto. Alcune delle nostre case, pur essendo nel centro storico, non sono state distrutte ( si definiscono A e B, come le categorie degli elettrodomestici); molte non ci sono più, altre  diventeranno  polvere. Molte sono prive del tetto, hanno porte e finestre spalancate. Solo i ladri  entrano senza permesso nella zona rossa: riescono ancora a rubare qualcosa e la nostra speranza. Alcuni ( pochi) palazzi sono stati puntellati e forse più in là  si deciderà di abbatterli. Alcune chiese sono state messe in sicurezza. Sono stati riaperti alcuni assi viari periferici, due bar   e  la piazza centrale della città, transennata. Cosa c’è nella Zona rossa? Il cuore di una città che continua a battere, ostinato, cocciuto, testardo come quello della nostra gente. Non ci sono persone, non c’è acqua, luce, gas. Silenzio.

C’è da ricostruire tutta una città. La nostra era una città di fondazione: costruita attorno all’acqua  tra il l 1250 e il 1266, prima per opera di Corrado IV, distrutta da Manfredi e poi ricostruita da Carlo d’Angiò;  sembra proprio che l’origine del toponimo sia accula, piccola fonte e che la città sia nata  mettendo insieme tutti i paesini limitrofi del contado, assicurando comunque una riconoscibilità al gruppo di provenienza grazie ad una chiesa, un campanile, una fontana appunto. Il piano regolatore di allora divise la città in quattro quarti o quartieri che sono sostanzialmente sopravvissuti fino ai nostri giorni . Ancora oggi nella città si possono cogliere ad occhio nudo dettagli di stratificazioni successive: l’epoca angioina, l’epoca rinascimentale, il periodo barocco, il periodo post unitario, liberty   e anche tracce cospicue del ventennio fascista.  Proprio per la complessità di questo speciale tessuto urbano che si è venuto determinando nei secoli,  il lavoro di ricostruzione sarà un lavoro difficile.  Una  città  sostanzialmente costruita per isolati, con tre o quattro piani,  al centro dei quali bellissimi cortili o chiostri.  Una città di toni cromatici molto chiari ( uso dei coppi tra l’arancione ed il rosato) uso di marmi,   i impolverati e scuriti dal tempo,  il bianco e il rosa della basilica di Collemaggio, in un continuo riuso e riciclo del materiale di costruzione, dovuto anche ai frequenti terremoti che nei secoli  si sono succeduti.  Archi a sesto acuto, bifore, porticati, frontoni e stemmi nobiliari. Anche gli intonaci rispettavano sostanzialmente questa cromia: chiari, gialli, arancioni, rosa.  Niente a che vedere con una brutta periferia, nata sostanzialmente negli anni del boom economico nelle  immediate  adiacenze della città vecchia che invece  è sempre rimasta il cuore pulsante, con  le attività economiche, le scuole, gli uffici, l’università. In questi ultimi anni  l’Università aquilana era diventata il motore economico della città, facendo crescere anche  una città notturna,  percorribile a piedi e tutto sommato sicura. Una città che però non ha mai saputo valorizzare ( per ragioni che sarebbe troppo lungo elencare) il suo ruolo di città della cultura. La conoscevano in pochi ; tanto che ,  soltanto con il terremoto,  ci si è resi conto di quanto fosse particolare e ricco il suo patrimonio artistico. Una città a misura d’uomo, con una buona qualità della vita. . i nuovi insediamenti del progetto CASE costruiti nella periferia della città hanno dato ricovero  a 11.000  persone. Ma sono appunto insediamenti provvisori, in attesa che si possa ricostruire la città: che per noi non è solo uno spazio urbano ma è quell’insieme di memorie, rapporti sociali, luoghi dell’anima e della geografia privata e personale di ognuno di noi. Era la città della passeggiata e dell’incontro, il luogo della cultura e delle manifestazioni, la piazza del mercato mattutino … C’è ancora da ricostruire tutta una città.  Le sue strade, le sue piazze, le sue case. Gli abitanti dell’Aquila  vivono una vita sospesa. Proprio come quella della nostra città. Una vita e un futuro legati a decisioni di altri, che non sembrano comprendere l’urgenza delle loro decisioni, né quanto possa contare nel progetto della nostra vita un giorno in più, un mese in più, un anno in più. Il nostro è un tempo bloccato, sospeso. Viviamo così. In guerra, aspettando che la guerra prima o poi finisca. In guerra contro il Generale Inverno ( che ha già vinto una battaglia), in guerra contro la lentezza della burocrazia e delle ordinanze , in guerra contro la lentezza delle decisioni che dovevano già essere prese e invece mancano, in guerra contro i rimpalli di responsabilità, le idiosincrasie politiche o gestionali.   Stanno nascendo dei consorzi di privati cittadini, proprio per cominciare la ricostruzione partendo dagli isolati, per cercare di accelerare in qualche modo la ricostruzione. Ma ancora c’è poca chiarezza sulle responsabilità, sulle decisioni intraprese o da prendere. Intanto sono   passati mesi da quel momento terribile.  Una montagna di giorni alta quanto quella del Gran Sasso. Per questo scrivo e continuo a presidiare ,virtualmente,  la Zona Rossa.  Ho indossato un  casco  rosso, che non si vede. Lo toglierò soltanto quando questa guerra sarà finita. Quando torneremo nella nostra città, tutti. Come dopo una lunga transumanza.

 (Questo articolo è stato pubblicato  integralmente sulla rivista: DIALOGHI INTERNAZIONALI-Città nel mondo n.13, 2010, BRUNO MONDADORI ED, (p.54-55)



CONDIVIDI !!!!
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • LinkedIn
  • MySpace
  • oknotizie
  • RSS
  • Twitter
  • Wikio
  • Wikio IT
  • Yahoo! Bookmarks
Questo articolo è stato pubblicato in Uncategorized da pat1789 . Aggiungi il permalink ai segnalibri.

Informazioni su pat1789

Patrizia Tocci nata nel 1959. Ha al suo attivo 5 pubblicazioni che riguardano poesie e prose. Scrive su riviste e giornali, si interessa di poesia e letteratura , collabora con Il Centro , quotidiano regionale abruzzese

Lascia una risposta