Un morso a Dante

 


“O voi che siete in piccioletta barca
desiderosi d’ ascoltar ,seguíti
dietro al mio legno che cantando varca “ ( Par. II).
Il poeta ci mette sull’ avviso: sta percorrendo acque più difficili, nella terza cantica. Dante dialoga con i suoi lettori, nella Commedia. Ci coinvolge nelle analisi. Ci confida il desiderio di poter ritornare a Firenze, quando sarà vecchio e famoso. Descrive i suoi imbarazzi, i suoi rossori. Ci racconta persino i suoi vecchi amori. Parla come un bravo capitano. Noi ascoltiamo, pagina dopo pagina, terzina dopo terzina. I poeti e gli scrittori si parlano, non solo nella Commedia e a distanza di secoli. Si capiscono, come se avessero un traduttore simultaneo a disposizione. Forse, parlano un esperanto che si apprende leggendo. “Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto.” E’ Umberto Eco che parla ancora per bocca di Guglielmo, nel suo splendido romanzo Il nome della Rosa. Un labirinto che parla di libri, scrittori e biblioteche. Il lettore ha una importanza cruciale, nella vita di un libro. Dante sapeva che ci saremmo imbarcati, anche noi, su questo piccolo Alfabeto? Sicuramente no. Ma ci piace pensarlo .

Un deserto digitale

Io l’ho incontrato davvero babbo Natale, due giorni fa. Non aveva la pancia né il vestito rosso, nè il cappello con il pon pon bianco; senza la barba, ma una vaschetta calcato sulla calvizie. Un giaccone di quelli buoni per tutte le stagioni, con le tasche rigonfie. Se ne stava fermo, solo lui, in mezzo al vialone affollato in cui correnti alternate di persone andavano avanti ed indietro, nello sfarfallio di luci colorate. Aveva un cellulare  in mano, di quelli ormai vecchi come lui; gli occhiali calati sulla punta del naso. Le mani gli tremano mentre cercava di compitare il numero che stava scritto sul retro del telefono; impiegava troppo tempo o sbagliava e ricominciava da capo. Guardavo quelle manisconsolate. Mi sono fermata e subito mi ha sorriso. Ho visto i suoi occhi belli e azzurri, uno sguardo dolce e timido. Ho preso il suo telefono e digitato il numero incollato sul retro. Ha risposto una voce e si è illuminato. “È mia figlia, sai , signorì, lavora qui vicinoe viene a prendermi per Natale. È L’ unica figlia che mi rispetta. Gli altri due non li vedo più da anni. Fai buon natale, signorì, che la Madonna t’accompagni.” Signorì, rispetto, e quell’augurio…Sotto la mascherina, tra gli occhiali appannati e gli occhi un po’ umidi, ho ripreso la via di casa. E pensavo: mi piacerebbe inventare e brevettare un telefono facile. Uno di quelli che premi un bottone e dici : chiama mio figlio, chiama Rosa, chiama casa: e ti compaiono subito le persone che ami. Quelle poche. Senza abbonamento, il Wi-Fi gratuito. Invece  abbiamo confinato questi giganti in un deserto digitale, tracciato confini invisibili, divietiinsormontabili, una sacca di emarginazione. E più i cellulari sono mirabolanti e stupendi, più sembrano facili e più invece sono difficili. Ecco, se mi legge qualcuno, un Babbo Natale o una Befana che crea queste autostrade telematiche, mi piacerebbe che tenesse conto di chi rimane arroccato su quei paesini in cima a una montagna di silenzio.

 

Cronache di un tempo senza tempo

Cosa resterà di questo periodo confuso e duro che stiamo vivendo, quando la pandemia sarà ( speriamo tutti) alle spalle e riprenderemo quella normalità che ci sembrava così vuota e insulsa e che ora ci sembra ancora irraggiungibile?
Ci sono libri che ci aiuteranno a ricordare i nostri pensieri, i nostri sentimenti di questi giorni. L’antologia curata da Silva Ganzitti Savonitto, che ha appunto il titolo di “ Cronache di un tempo senza tempo”, edita dalla tabula fati nel 2020, ha riunito attorno a questo tema 25 autori che con stili e toni diversi hanno raccontato  pensieri,  emozioni, riflessioni, presenze e mancanze. Un ventaglio di atteggiamenti, toni cromatici,  speranze. Perché è sempre una buona terapia trovare parole al dolore, all’ indicibile, alla gioia e alla speranza. Per se  e per gli altri. Questo ha fatto la curatrice, riunendo attorno ad un suo progetto 26 voci diverse. Tutte da ascoltare.

A cura di Silva Ganzitti Cronache di un tempo senza tempo, Tabula Fati 2020

Libera libreria d’Abruzzo

Corri corri corri… 🚂

La felicità, è poter guardare negli occhi chi ti dona con generosità il suo lavoro.Trafelata e rossa in volto, finalmente oggi pomeriggio sono giunta a destinazione. È stata una gioia immensa poterla conoscere!

Finalmente una giornata piena di Sole a spazzar via le nuvole. In qualità di bibliotecaria di Villanova ed amministratrice della pagina di Libera Libreria D’Abruzzo – Little Free Library – Book Crossing, ringrazio la signora Patrizia Tocci, per la donazione dei suoi libri:

– Nero E’ Il Cuore Del Papavero, edizione tabula fati 2017
– I Gigli Della Memoria tabula fati 2012
– Pietra Serena, tabula fati , 2000
– L’Ammidia,  a cura di David Ferrante, tabula fati 2019

Questo mi ha scritto oggi la fotografa #giovannagalli, e che ci posso fare? Quando sento parlare di biblioteche mi commuovo sempre, è la storia di una vita .

Foto di Giovanna Galli

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Mamma e figlia

Ci voleva così poco per quelle mamme naturalmente eleganti. Bastava la messa in piega fatta in casa, il tailleur di un colore pastello, l’unico e immancabile filo di perle, la borsetta e le scarpe a punta con il tacco. Un discreto tocco di rossetto e il gioco era fatto. Le figlie, paffutelle, perse nella contemplazione di quella bellezza, sognando una borsetta lucida tutta per se e i famosi tacchi della mamma che qualche volta riuscivano a provarsi davanti allo specchio, quello grande della camera, con i bordi leggermente picchiettati di macchioline antiche, nell’armadio che custodiva le fragranze di lavanda e sapone di Marsiglia.
Alti, così alti, quegli scaffali e la bambina che non vedeva l’ora di diventare alta alta per arrivare fino all’ ultimo ripiano, quello delle sottovesti o delle camicette con i pois bianconeri. Ma la mamma vestiva sempre con cura la sua bambina; era lei che le cuciva i vestitini, con le maniche a sbuffo e i colori delicati; era lei che sceglieva i bottoni più luccicanti possibili, magari dorati perché tanto piacevano alla sua bimba. La bimba era compita, come dovevano essere le bimbe di qualche anno fa; e la madre era un modello, anzi una modella agli occhi della piccola, come quelle che vedeva stampate sui giornali che reclamizzavano i prodotti per la cucina, le bevande e i cibi. Alte, magre e con la vita sottile, con quei grembiulini tutti fiorati che appartenevano solo alla fantasia dei pubblicitari.
La bambina portava i capelli sempre corti, quasi sempre con zazzera, si diceva alla “maschietta” : anche questo avrebbe marcato il confine tra i suoi piccoli anni e quelli più numerosi e affascinanti della mamma.
E quando mamma e figlia passeggiavano insieme, mano nella mano, qualcuno avrebbe potuto riflettere a lungo sulla potenza del DNA, su come fossero l’una la proiezione dell’altra, e su come si avventurassero sulla stessa strada con lo stesso passo e con la stessa calma serenità.
Che tesori, nelle foto in bianco e nero. Quanto amoroso sussiego negli sguardi che si scambiano le due protagoniste, nelle pose contenute, nella sobrietà che forse corrisponde alla speranza di una nazione che diventava grande.
Restano e vibrano quegli sguardi, quella dignità, quell’asciutezza. Sembrano tutti grandi attori e attrici appena usciti da un film di Rossellini. La bimba che ora arriva con facilità sino al ripiano alto dell’armadio, spesso prende tra le mani quelle foto. E ricorda. Ma non racconta. E i suoi occhi si perdono di nuovo nei dettagli insignificanti delle foto: quelle scarpe , quella collana, quel vestito, i calzettoni bianchi e le ginocchia sbucciate, la voce. La voce che non sente più ma che porta come un anello prezioso proprio sulle mani . E quella luce poi riflette la luce, in un gioco prezioso che rende appena più tollerabile l’assenza.
©️Patrizia Tocci
Dedicato a Daniela Musini, per una foto che abbiamo, in un certo senso, condiviso.