Dedicato a Dante

Nella mia valigia di cartone c’è una  copia della divina Commedia di Sapegno, quella degli studi Liceali. È il volume  che riguarda l’ Inferno ( gli altri due volumi dispersi chissà dove,  meglio non indagare ): ha il dorso così  consumato che si vede  la cucitura,  e parte della copertina è  perduta. Cuoricini e parole a matita, a penna, ai margini,  note e frasi sottolineate. E i ricordi riemergono  in un attimo: l’aula, i  visi dei compagni, le spiegazioni,  i professori, gli odi infiniti  e gli amori che sembravano eterni, lo studio e la noia, i sogni in gran parte ancora gli stessi. Riemerge l’odore del treno che mi portava a scuola, mattinate immerse nel freddo, o nelle nuvole calde  di fumo. Il  volume  si è gonfiato, sottoposto a bruti trasferimenti;  sfogliato, usato, maltrattato. Tante, le iniziative per celebrare  Dante, in questo anniversario;  lui,  che ha condizionato la poesia mondiale e  viene  studiato e letto all’estero forse più che in Italia;  saccheggiato dagli  scrittori,  poeti,  pubblicitari, registi, cantautori, fumettisti. Sta nel nostro lessico  familiare, con parole  e versi  diventati patrimonio comune.

E’ un gigante, il nostro fiorentino. In  questo periodo un po’ strano delle nostre vite, possiamo farci un regalo:  rileggere  la Commedia, tutta. Canti  e cantiche che lui concepì come un’unica  storia umana. Scuotiamo la polvere che si è depositata sulle  tre cantiche e il libro tornerà a splendere. Le  terzine insistenti e magiche scorrono  sempre come un congegno ben oleato, come se fossero state lì ad aspettarci – nel dono immenso che ci fa la lettura; da quelle più famose a  quelle più oscure:  “ e però,  quando  s’ ode cosa o vede / che tenga forte a se l’anima volta, / vassene il tempo e l’om non se ne avvede”. Quando qualcosa o qualcuno  ci tiene stretto a sé,  il tempo passa più  in fretta.  Intanto scriviamo e pronunciamo parole, per abbracci  ancora  virtuali, in attesa che possano ridiventare umani, da togliere il fiato.

Alfabeto A come Alberi ( dedicato a Dante)

A come alberi ( Alfabeto di Patrizia Tocci) “Ma tosto ruppe le dolci ragioni / un alber che trovammo a mezza strada / con pomi a adorar soavi e buoni” ( Purg. XXII) . Vengono affidate agli alberi, nella Commedia splendide metafore: la celeste lasca, I giunchi che crescono nel fango, i roveti, le viti, gli altissimi alberi che si intravedono sulla dolce montagna del Purgatorio, l’ intrico dei rami con cui si apre il poema.Nel canto XIII, entrando nella selva dei suicidi, Dante stacca un rametto da un pruno. In risposta alla sua azione, un urlo :“ perché mi schiante?” E’ la pianta a domandare , anzi l’ uomo trasformato in pianta, secondo echi mitologici lontani. L’ albero del bene e del male, il giardino dell’ Eden, l’ albero della vita, i grandi baobab solitari parlano di noi e con noi: un dialogo che dura da millenni. I fratelli ulivi di D’ annunzio, i cipressetti o il melograno di carducciana memoria, il Ciliegio di Montale, l’ albero mutilato dalla guerra di Ungaretti.Ogni volta che distruggiamo una pianta, che appicchiamo fuoco ai boschi, se ettari di verde fanno posto a deserti di cemento: quelle piante dovrebbero poter ricordarci che siamo in fondo“ sterpi” , incutendoci un po’ di terrore per le nostre continue malefatte. “ Non hai tu spirito di pietàde alcuno?” ci chiede ogni volta, ogni pianta. E’ la seconda domanda a cui non sappiamo rispondere.DSCF5663