Poesia, per me.

Che cos’è per me, la poesia. Una delle domande a cui faccio più fatica a rispondere. Devo tornare indietro, troppo indietro nel tempo. Alle prime poesie a rima baciata che imparavo a memoria con facilità e che recitavo, ed ero una bambina. Poi alle prime prove di scrittura e anche lì, imparai presto a farle io le poesie , a trovar la rima giusta. E non ci volevano credere che non le avessi copiate. Poi è stato un crescendo. Compravo i libri all’edicola, quando andavo a scuola a Tagliacozzo, o ad Avezzano ( ricordo i Newton Compton), e vennero le biblioteche con la loro messe di sogni. E nulla è più stato come prima. Quella parola si è fatta vita, storia, sguardo. A volte nascosto e segreto, altre volte condiviso. Vive con me, da così tanto che a volte ci stiamo persino antipatiche e ci teniamo il muso, per qualche giorno. È anche gelosa se le preferisco la prosa. Ma sa che torno sempre, appena lascia le persiane un po’ socchiuse, appena mi indica un foglietto scarabocchiato, quando mi ronza nella testa e vuole uscire.
Approfitta di una matita, di un biglietto, di una agenda, di un quaderno.
Qualche volta l’ho salvata persino sulla tastiera del telefono, oppure L’ ho registrata direttamente col vocale. Tante le ho perse. Perché arriva quando vuole. E non ritorna mai allo stesso modo.
Poesia, mia.
#giornatamondialedellapoesia 

Un maschiaccio

Un maschiaccio

Sono  stata per anni un maschiaccio, per desiderio di libertà ed indipendenza, per negare un corpo diventato donna troppo in fretta per la mia immmaturità psicologica. Mi piaceva ancora giocare con le biglie, su  quelle piste in terra battuta, con stradine e  percorsi da formula uno.  Un campo da golf per ragazzini di un piccolo paese di montagna dove già diventare adulti era una fatica ed una grande responsabilità.  Se femmina, la fatica era doppia. Avevo sempre le ginocchia sbucciate e fu un sollievo quando mia madre ( a cui devo di essere diventata come sono) decise di indossare i pantaloni, con grande scandalo nel piccolo paese. E  finalmente li indossai anche io. Che grande libertà,  per questo piccolo dettaglio. Mi sentivo come quelle donne del far west a cui  avessero tolto le crinoline e potevano correre, saltare, arrampicarsi senza più timore. Sono stata un maschiaccio per lungo tempo.  Ho recuperato solo  più tardi la mia femminilità. All’ edicola compravo i fumetti di Zagor, di Black il macigno, avevo una passione per Criminal e Diabolik. E anche questo era sbagliato,  come  pensare ad una realtà che non fosse solo  quella di futura madre e futura sposa.  Altre donne – la nonna- mi  insegnavano a fare l’uncinetto, la maglia, un po’ di ago e filo, cucinare. Ma la mia testa era già altrove. E come scrive  Margherita Yourcenar, la mia prima  patria sono stati i libri. Devo molto a due scrittrici e due testi: Una donna di Sibilla  Aleramo  e Una  stanza tutta per se di Virginia Woolf.  Lì ho scoperto altri mondi, ho capito che c’era spazio per i miei sogni e per i miei desideri. Conquiste faticose, per  niente scontate, se ancora oggi sono messe  in pericolo da tutto e da tutti. Ci sono ancora differenze di retribuzione, negli ambienti lavorativi:  poche donne nelle figure apicali di qualsiasi azienda, al vertice. Eppure non si molla di un centimetro. Anzi. E mi piacciono queste ragazze di oggi, anche quelle con i capelli azzurri o viola,  i loro sogni, il loro modo di sognare spazi. Spero  di aver cresciuto una figlia forte e libera. E  mi piace vedere i papà in giro con carrozzella e biberon al seguito, coppie  che si dividono la cura dei figli e della casa. Piano, piano.  Ho visto finalmente, per la prima volta, uomini maschi indossare  scarpe rosse contro i femminicidio che altri uomini maschi perpetuano con terribile puntualità statistica contro le “loro” donne che magari avevano altri progetti altri spazi e sogni che non li includevano più.  Scarpe e mascherina rossa, per un flashmob organizzato da Paolo Zanone, imprenditore e direttore artistico della compagnia Teatrando di Biella. Sono mutamenti lenti. Ma  solo insieme, uomini e donne, possiamo sperare di farcela. Solo insieme, dividendo gli  spazi e  moltiplicando i sogni.

 

 

I libri che leggevo

Un morso a Dante

 


“O voi che siete in piccioletta barca
desiderosi d’ ascoltar ,seguíti
dietro al mio legno che cantando varca “ ( Par. II).
Il poeta ci mette sull’ avviso: sta percorrendo acque più difficili, nella terza cantica. Dante dialoga con i suoi lettori, nella Commedia. Ci coinvolge nelle analisi. Ci confida il desiderio di poter ritornare a Firenze, quando sarà vecchio e famoso. Descrive i suoi imbarazzi, i suoi rossori. Ci racconta persino i suoi vecchi amori. Parla come un bravo capitano. Noi ascoltiamo, pagina dopo pagina, terzina dopo terzina. I poeti e gli scrittori si parlano, non solo nella Commedia e a distanza di secoli. Si capiscono, come se avessero un traduttore simultaneo a disposizione. Forse, parlano un esperanto che si apprende leggendo. “Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto.” E’ Umberto Eco che parla ancora per bocca di Guglielmo, nel suo splendido romanzo Il nome della Rosa. Un labirinto che parla di libri, scrittori e biblioteche. Il lettore ha una importanza cruciale, nella vita di un libro. Dante sapeva che ci saremmo imbarcati, anche noi, su questo piccolo Alfabeto? Sicuramente no. Ma ci piace pensarlo .

Un deserto digitale

Io l’ho incontrato davvero babbo Natale, due giorni fa. Non aveva la pancia né il vestito rosso, nè il cappello con il pon pon bianco; senza la barba, ma una vaschetta calcato sulla calvizie. Un giaccone di quelli buoni per tutte le stagioni, con le tasche rigonfie. Se ne stava fermo, solo lui, in mezzo al vialone affollato in cui correnti alternate di persone andavano avanti ed indietro, nello sfarfallio di luci colorate. Aveva un cellulare  in mano, di quelli ormai vecchi come lui; gli occhiali calati sulla punta del naso. Le mani gli tremano mentre cercava di compitare il numero che stava scritto sul retro del telefono; impiegava troppo tempo o sbagliava e ricominciava da capo. Guardavo quelle manisconsolate. Mi sono fermata e subito mi ha sorriso. Ho visto i suoi occhi belli e azzurri, uno sguardo dolce e timido. Ho preso il suo telefono e digitato il numero incollato sul retro. Ha risposto una voce e si è illuminato. “È mia figlia, sai , signorì, lavora qui vicinoe viene a prendermi per Natale. È L’ unica figlia che mi rispetta. Gli altri due non li vedo più da anni. Fai buon natale, signorì, che la Madonna t’accompagni.” Signorì, rispetto, e quell’augurio…Sotto la mascherina, tra gli occhiali appannati e gli occhi un po’ umidi, ho ripreso la via di casa. E pensavo: mi piacerebbe inventare e brevettare un telefono facile. Uno di quelli che premi un bottone e dici : chiama mio figlio, chiama Rosa, chiama casa: e ti compaiono subito le persone che ami. Quelle poche. Senza abbonamento, il Wi-Fi gratuito. Invece  abbiamo confinato questi giganti in un deserto digitale, tracciato confini invisibili, divietiinsormontabili, una sacca di emarginazione. E più i cellulari sono mirabolanti e stupendi, più sembrano facili e più invece sono difficili. Ecco, se mi legge qualcuno, un Babbo Natale o una Befana che crea queste autostrade telematiche, mi piacerebbe che tenesse conto di chi rimane arroccato su quei paesini in cima a una montagna di silenzio.