L’oro del silenzio

L’ORO DEL SILENZIO

Era subentrata una voglia di pace e non di ferite, quella di tirare e trascinare una giornata con piccoli eventi insignificanti ma che si compissero davvero: fare una torta, cucire, rassettare, ascoltare musica e lasciare che lo sguardo interiore potesse vagare altrove, dove nessuno l’avrebbe potuta trovare. Erano i giorni da gatta, quando si acciambellava su se stessa, spiava dalla finestra il passaggio del sole o delle nuvole, la sera vedeva arrancare qualche stella o la luna. E c’era silenzio, dentro. Un silenzio a cui doveva obbedire. Le lunghe pause della scrittura erano nascoste nei giorni che sarebbero venuti, identici eguali agli altri. No, non avrebbero avvisato, non avrebbe avuto sentore di nulla. All’ improvviso dalla corteccia ruvida sarebbe spuntato qualcosa…ma prima bisognava fare vuoto, allontanare i pensieri e lasciar lievitare le impressioni. Ascoltare i piccoli rumori di una casa estranea, eppure diventati familiari: l’avvolgere delle tapparelle ad una certa ora del giorno, il cammino degli inquilini di sopra – forse una donna con tacchi, quel ticchettio che durava appena pochi secondi, e spariva, in un tonfo morbido. Chissà se l’altra donna come lei ascoltava i rumori. Chissà chi era e quali lunghi contorcimenti del caso l’avevano portata ad essere lì, in quell’ora in quella stagione della sua vita. Lasciava fare alla musica che sapeva bene dove portarla, lasciava fare alla memoria i vicoli di sempre, lasciava che passasse da lontano e si affacciasse appena verso luoghi dolorosi: a appena un capolino, e poi, via, per una nuova strada, innamorata di una nuvola o di un colore, lasciando alla memoria lo spazio di un ombrello volato via col vento, un piccione arruffato così fermo che sembrava finto, gli odori di una casa che non torneranno più. Cominciava così la partita a scacchi con la nostalgia – quella che perdeva sempre perché troppo avida di mondi immaginari, costruiti e distrutti nell’ arco di un pomeriggio, prima che facesse sera. I gesti quotidiani davano calma, rimettevano a posto le cose che erano emerse dal lago di angoscia, le ricoprivano con dolcezza e con maestria fino a quando la superficie immacolata del lago non ritornasse ad essere uno specchio. Uno di quegli specchi vecchi con macchiette di umidità ai bordi, leggermente deformante, anche lui arrivato attraverso chissà quale eredità casuali. Lasciava che lo specchio catturasse l’ ultima luce del giorno. Aspettava di sentire l’arrivo dell’autobus che si sarebbe fermato al semaforo nella grande stradone sottostante. Sarebbe risalito sbuffando, arrancando un po. Esattamente come lei che si lasciava sprofondare nel pozzo del silenzio. Aveva bisogno di quel buio, di quella umidità, di quella via di fuga. Un giorno, quando avrebbe calato il secchio, il sole sarebbe già stato alto nel cielo e l’ acqua avrebbe riflettuto ancora una volta il suo viso. Avrebbe contato le rughe in più, quelle di questo ultimo inverno. Avrebbe notato quante piccole pieghe aveva dovuto cedere al silenzio del tempo e quante piccole conchiglie si fossero incrostate attorno al suo sguardo. Ma quell’ acqua sarebbe servita per i fiori o per le foglie nuove. Quelli che stavano aspettando nella calza del tronco, nelle pagine chiuse, nelle mani che scacciavano e trattenevano la voglia di scrivere. Bisognava che passasse questo inverno. Bisognava che la pazienza affinasse la voce. Bisognava prepararsi ad una nuova prova. Ci voleva fede nel silenzio della scrittura.
Patrizia tocci
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Informazioni su pat1789

Patrizia Tocci nata nel 1959. Ha al suo attivo 7 pubblicazioni: poesie, romanzi e racconti. Scrive su riviste e giornali, si interessa di poesia e letteratura, collabora con Il Centro, quotidiano regionale abruzzese.

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