Mamma e figlia

Ci voleva così poco per quelle mamme naturalmente eleganti. Bastava la messa in piega fatta in casa, il tailleur di un colore pastello, l’unico e immancabile filo di perle, la borsetta e le scarpe a punta con il tacco. Un discreto tocco di rossetto e il gioco era fatto. Le figlie, paffutelle, perse nella contemplazione di quella bellezza, sognando una borsetta lucida tutta per se e i famosi tacchi della mamma che qualche volta riuscivano a provarsi davanti allo specchio, quello grande della camera, con i bordi leggermente picchiettati di macchioline antiche, nell’armadio che custodiva le fragranze di lavanda e sapone di Marsiglia.
Alti, così alti, quegli scaffali e la bambina che non vedeva l’ora di diventare alta alta per arrivare fino all’ ultimo ripiano, quello delle sottovesti o delle camicette con i pois bianconeri. Ma la mamma vestiva sempre con cura la sua bambina; era lei che le cuciva i vestitini, con le maniche a sbuffo e i colori delicati; era lei che sceglieva i bottoni più luccicanti possibili, magari dorati perché tanto piacevano alla sua bimba. La bimba era compita, come dovevano essere le bimbe di qualche anno fa; e la madre era un modello, anzi una modella agli occhi della piccola, come quelle che vedeva stampate sui giornali che reclamizzavano i prodotti per la cucina, le bevande e i cibi. Alte, magre e con la vita sottile, con quei grembiulini tutti fiorati che appartenevano solo alla fantasia dei pubblicitari.
La bambina portava i capelli sempre corti, quasi sempre con zazzera, si diceva alla “maschietta” : anche questo avrebbe marcato il confine tra i suoi piccoli anni e quelli più numerosi e affascinanti della mamma.
E quando mamma e figlia passeggiavano insieme, mano nella mano, qualcuno avrebbe potuto riflettere a lungo sulla potenza del DNA, su come fossero l’una la proiezione dell’altra, e su come si avventurassero sulla stessa strada con lo stesso passo e con la stessa calma serenità.
Che tesori, nelle foto in bianco e nero. Quanto amoroso sussiego negli sguardi che si scambiano le due protagoniste, nelle pose contenute, nella sobrietà che forse corrisponde alla speranza di una nazione che diventava grande.
Restano e vibrano quegli sguardi, quella dignità, quell’asciutezza. Sembrano tutti grandi attori e attrici appena usciti da un film di Rossellini. La bimba che ora arriva con facilità sino al ripiano alto dell’armadio, spesso prende tra le mani quelle foto. E ricorda. Ma non racconta. E i suoi occhi si perdono di nuovo nei dettagli insignificanti delle foto: quelle scarpe , quella collana, quel vestito, i calzettoni bianchi e le ginocchia sbucciate, la voce. La voce che non sente più ma che porta come un anello prezioso proprio sulle mani . E quella luce poi riflette la luce, in un gioco prezioso che rende appena più tollerabile l’assenza.
©️Patrizia Tocci
Dedicato a Daniela Musini, per una foto che abbiamo, in un certo senso, condiviso.

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