Amore

C’è nebbia per strada, una atmosfera  insolita. Mi si appannnano  gli  occhiali con il fiato della mascherina. Procedo  con cautela sul marciapiede, schivando monopattini e biciclette; tolgo e sventolo gli occhiali  per vederci meglio. Mi ferma un ragazzo con  gesti agitati che non capisco;  ho  le cuffiette  e sto ascoltando  musica. “ Signora”  mi ripete “Sa  dove posso trovare un fioraio qui vicino?” Ha già  il fiato corto, una felpa nera e scarpe da ginnastica, soliti Jeans, due occhi azzurri sotto gli occhiali spessi. Ah, sì, in   questo quartiere ce ne sono due o tre; quando ci passo davanti, mi fermo incantata, calamitata dai colori e dai profumi che sembrano quasi attraversare la vetrina. E avrei voglia di allungare le mani e toccarli. Certo, i fiori recisi appassiscono presto, ma  tutte le piante,  soprattutto i bulbi fioriti, godono  della  mia invidia ed  attenzione.  Regalare fiori, che  gesto meraviglioso. Che siano le rose lisce  e rosse come il velluto, quell’ impalpabile bianco di guarnizione, gli astri dai colori sgargianti, le corolle delle primule appiccicate le une alle altre, le  screziate orchidee, i bianchi  mughetti e le fragili  calle,  le scure e timide viòle. Regalare fiori è portare un po’ di campagna in città, suggerire che esistano altrove  piante libere e colorate come le emozioni dell’amore;  rammentare  qualcosa di eccezionale  che  nella quotidianità ci sfugge. Passo  in rassegna persino  le piante grasse, ma forse, penso, avranno troppe spine. A  seguito delle mie indicazioni aggiunge: “voglio comprare delle rose rosse per la mia ragazza, perché …perché …” E con un sorriso stampato sotto i baffetti, volando quasi a dieci  centimetri da terra, sparisce  nella direzione che gli avevo indicato. Sbrigati, che è ora di chiusura, penso tra me e me.  Ah,  l’amore. È sempre così difficile parlarne anche se sorregge quasi tutte le nostre azioni e i nostri pensieri, con la sua forza tremenda e leggera. Continua a leggere

Intervista a Patrizia Tocci a cura di Sofia del Borrello ( ACM Vasto)

𝗖𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗺𝗲𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗶 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗶 𝗔𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘁𝗶! 😊

Oggi la nostra prima intervista è a 𝗣𝗮𝘁𝗿𝗶𝘇𝗶𝗮 𝗧𝗼𝗰𝗰𝗶. Laureata in Filosofia all’Università La Sapienza di Roma, insegna materie letterarie a Pescara ed è studiosa di Eugenio Montale, di Laudomia Bonanni e più in generale del Novecento, i suoi articoli e saggi sono stati pubblicati su numerosi periodici e riviste specializzate. (Per saperne di più > http://www.patriziatocci.it/biografia/)

ℹ Intervista di Sofia Del Borrello:

𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗲 𝗹𝗮 𝘁𝘂𝗮 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗿𝗶𝗲𝗺𝗽𝗶𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲 𝗹𝗲 𝘁𝘂𝗲 𝘃𝗮𝗹𝗶𝗴𝗲 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝗿𝘁𝗼𝗻𝗲?
Tutto è per me fonte di ispirazione , non ci sono differenze tra il bello è il brutto. Il foglio bianco non mi ispira, anzi mi spaventa, non decido mai “ora mi metto a scrivere”. L’ispirazione è già in viaggio, si agglutina qualcosa dentro di me ed ho necessità di fermarlo sulla carta, di getto. Poi ci lavoro ancora fino a che non sono soddisfatta. Molto spesso strappo, cancello, cestino.

𝗣𝗼𝗲𝘀𝗶𝗮 𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘀𝗮? 𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮𝗽𝗽𝗮𝗴𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗿𝗲𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗶 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲? 𝗠𝗮 𝘀𝗼𝗽𝗿𝗮𝘁𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼, 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗽𝗼𝗲𝘀𝗶𝗮 𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘀𝗮 𝗺𝗲𝘀𝗰𝗼𝗹𝗮𝗿𝘀𝗶 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗲?
Prosa e poesia: amo entrambe le forme di scrittura. La scrittura è una mia forma di espressione da tempi lontani. Sì, si possono mescolare, tutto il Novecento non è altro che il tentativo di abolire questa dicotomia.
Credo che la scrittura (sia la prosa che la poesia) servano a costruire mondi e che il lettore possa trovarsi insieme all’autore in queste dimensioni create dalle parole.

𝗖𝗼𝗺𝗽𝘂𝘁𝗲𝗿 𝗼 𝗰𝗮𝗿𝘁𝗮 𝗲 𝗽𝗲𝗻𝗻𝗮?
Preferisco la carta e la penna, la matita, per scrivere. Il computer mi serve nella seconda fase della scrittura, quella della redazione e della conservazione. Scelgo accuratamente le penne, questo sì: devono essere quelle a inchiostro liquido e scorrere velocemente sulla carta, possibilmente ruvida, perché i pensieri e le emozioni sono velocissime. Mi accontento di tutto: il tetto di una pagina già usata, un foglietto che recupero, un post it su cui ho annotato altro. Sono abbastanza disordinata nella prima fase. Porto però con me sempre un piccolo quaderno o una agenda ben nascosti nella borsa delle donne, in mezzo a tante altre cose necessarie. E se posso scrivo dovunque.

𝗗𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝘁𝗶 𝗹𝗮𝘀𝗰𝗶 𝗶𝘀𝗽𝗶𝗿𝗮𝗿𝗲? 𝗖𝗼𝘀𝗮 𝘁𝗶 𝗶𝗻𝗱𝘂𝗰𝗲 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗱𝘂𝗰𝗲 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗶𝗹 𝗳𝗼𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗯𝗶𝗮𝗻𝗰𝗼 𝗱𝗮 𝗿𝗶𝗲𝗺𝗽𝗶𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗮𝗽𝗽𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗲 𝘁𝘂𝗲 𝗲𝗺𝗼𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶?
Guardo molto, osservo sempre e mi piace molto camminare, entrare in una specie di trance… e allora arriva la poesia. Nella valigia di cartone, rubrica pubblicata per 2 anni su Il Centro, spesso sono stati gli oggetti a ispirarmi, lungo una specie di filo della memoria. Mi piacciono i fiori, i colori, l’arte in tutte le sue forme. Mi piace leggere, sono una lettrice compulsiva.

𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗶𝗻𝘀𝘁𝗶𝗹𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗶 𝗴𝗶𝗼𝘃𝗮𝗻𝗶 𝗹𝗮 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗮 𝗹𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗱𝗶 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗶𝗺𝗽𝗲𝗴𝗻𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗮𝗽𝘁𝗶𝗼𝗻 𝗱𝗲𝗶 𝘃𝗮𝗿𝗶 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹?
Molto difficile far fermare i giovani sulla poesia e sulla scrittura. Hanno strade un po’ diverse ma in fondo anche i social riportano comunque ad una esigenza di scrittura e di condivisione. La vera poesia si riconosce, si fa riconoscere da sola. Che sia una frase talmente condivisa da essere consumata o una poesia di un grande poeta, è importante comunque sentirla propria, condividerla.

𝗗𝗼𝗽𝗼 “𝗖𝗮𝗿𝗯𝗼𝗻𝗰𝗶𝗻𝗶” 𝗰𝗶 𝘀𝗮𝗿𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗶 “𝘀𝗰𝗵𝗶𝘇𝘇𝗶” 𝗽𝗲𝗿 𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮 𝗮𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝘁𝗮𝗹𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲?
Non so che cosa scriverò. In realtà ho quasi pronti due romanzi ma è su quel “quasi” che devo ancora tanto lavorare. Per il momento ho in cantiere una raccolta di poesie (dopo 20 anni) e un libro su Dante che uscirà presto.
Ho pubblicato 6 libri, ma “Nero è il cuore del papavero” è forse finora il libro che amo di più, nato in un momento duro, difficile della mia vita. Dedicato a mio padre che è sempre nei miei pensieri, come tutte quelle persone che hanno rappresentato e costruito un mondo, in particolare il mondo contadino che ormai sta scomparendo, nelle sue forme più pure e nelle sue tradizioni.

#ACMvasto

Da quassù, con Thomas Pistoia

DA QUASSÙ.

Da poco uscito per la casa editrice Tempesta, il romanzo di Thomas Pistoia, “Da quassù” riconferma, se mai ce ne fosse bisogno, la bellezza di un istante prolungato incredibilmente, quasi con una tecnica cinematografica alla Sergio Leone. I tre protagonisti del romanzo si trovano in cima ad un palazzo: Mario, imprenditore fallito, perché vuole suicidarsi ed è stanco di vivere, Fatimah la colf che abita nell’appartamento accanto,  e Pier, il  giovane soccorritore pompiere. Non potrei raccontare l’ intreccio incredibile che Thomas Pistoia è riuscito a creare tra i suoi  protagonisti ai quali affianca almeno altri tre personaggi importanti. È una storia fatta di dialoghi e colpi di scena, di viaggi che attraversano contemporaneamente il mare, il fiume e la psiche dei personaggi. Mentre tutto è fermo, in cima a quel palazzo , e il tempo scorre con lentezza da film,  intorno il mondo dei social scatta e posta, filma e partecipa.

C’è un continuo passaggio, come quello di una macchina da presa tra ciò che avviene lassù e ciò che accade quaggiù: la prospettiva delle parole ci racconta i dettagli, i sentimenti, e soprattutto le storie di Mario,Pier  e Fatimah; racconta il loro passato in modo denso e  poetico, vero e terribile, senza mai nulla concedere alla retorica. È uno stile secco, quasi volutamente giornalistico o filmico, fitto di dialoghi e di pensieri non detti, che ci fa entrare dentro queste tre vite in bilico, nel loro dolore, nei rimpianti e nelle speranze. È una ragnatela di storie sottoposta a grande pressione, mentre comunque si discute, lassù, della vita e della morte, dell’ immigrazione e della sua strada dolorosa, del lavoro e della sua mancanza, del senso di colpa per non aver salvato qualcuno. A denti stretti, però. Sono personaggi ben scolpiti che si illuminano a vicenda: ognuna delle tre storie getta un po’ di luce sull’altra, contribuendo a creare tante fotografie di un oggi inquieto e indecifrabile, dove però accanto alla crudeltà, al razzismo e alla spietatezza economica  c’è ancora posto per L’ umanità e la bellezza.  Un romanzo da leggere  tutto di un fiato, facendosi guidare dalla prefazione di Matteo Bussola e  dallo sguardo dell’autore che indaga fino in fondo le motivazioni,  le caratteristiche dei personaggi a cui finiamo per affezionarci  pagina dopo pagina. E quando sarete  arrivati all’ ultima pagina del libro, vi dispiacerà abbandonare Pier, Mario e Fatimah. Perché siete rimasti un po’ lassù, anche voi, con loro. A pensare all’amore, alla vita, alla morte, al dolore e alla gioia, a tutte quelle emozioni che guidano e sorreggono  sempre la vita degli uomini e delle donne.

Dedicato a Dante

Nella mia valigia di cartone c’è una  copia della divina Commedia di Sapegno, quella degli studi Liceali. È il volume  che riguarda l’ Inferno ( gli altri due volumi dispersi chissà dove,  meglio non indagare ): ha il dorso così  consumato che si vede  la cucitura,  e parte della copertina è  perduta. Cuoricini e parole a matita, a penna, ai margini,  note e frasi sottolineate. E i ricordi riemergono  in un attimo: l’aula, i  visi dei compagni, le spiegazioni,  i professori, gli odi infiniti  e gli amori che sembravano eterni, lo studio e la noia, i sogni in gran parte ancora gli stessi. Riemerge l’odore del treno che mi portava a scuola, mattinate immerse nel freddo, o nelle nuvole calde  di fumo. Il  volume  si è gonfiato, sottoposto a bruti trasferimenti;  sfogliato, usato, maltrattato. Tante, le iniziative per celebrare  Dante, in questo anniversario;  lui,  che ha condizionato la poesia mondiale e  viene  studiato e letto all’estero forse più che in Italia;  saccheggiato dagli  scrittori,  poeti,  pubblicitari, registi, cantautori, fumettisti. Sta nel nostro lessico  familiare, con parole  e versi  diventati patrimonio comune.

E’ un gigante, il nostro fiorentino. In  questo periodo un po’ strano delle nostre vite, possiamo farci un regalo:  rileggere  la Commedia, tutta. Canti  e cantiche che lui concepì come un’unica  storia umana. Scuotiamo la polvere che si è depositata sulle  tre cantiche e il libro tornerà a splendere. Le  terzine insistenti e magiche scorrono  sempre come un congegno ben oleato, come se fossero state lì ad aspettarci – nel dono immenso che ci fa la lettura; da quelle più famose a  quelle più oscure:  “ e però,  quando  s’ ode cosa o vede / che tenga forte a se l’anima volta, / vassene il tempo e l’om non se ne avvede”. Quando qualcosa o qualcuno  ci tiene stretto a sé,  il tempo passa più  in fretta.  Intanto scriviamo e pronunciamo parole, per abbracci  ancora  virtuali, in attesa che possano ridiventare umani, da togliere il fiato.

GLI SPERDUTI

I miei sperduti raccontano un po’ malvolentieri, con una sigaretta perennemente accesa tra le labbra. Le donne ridono forte, ma hanno una piega amara sulla bocca. Fino a poco tempo fa, affidavano memorie ed emozioni ai pixel colorati, che volavano nell’aria e attraversavano mondi. Ma qui si sfracellano   contro le   montagne più alte, qui  dove non arriva il segnale, dove i cellulari tacciono e internet è una parola senza senso. Tra  lingue ghiacciate  di neve si respira un’aria libera dalle frequenze distorte. Quassù  arrivano le anime dei giganti che vanno oltre, portate dagli sherpa piccoli e bassi ma pieni di forza nei loro muscoli scattanti. Anche loro parlano una lingua incomprensibile e sono gli ultimi testimoni di un’altra antica civiltà, camminano sulle mulattiere, in questa zona  tutta offline. Qui abitano  i  cuori giganti, quelli scomparsi al tempo della grande solitudine.Fu una guerra silenziosa  con un  nemico  che non aveva braccia, gambe e  occhi ma  pallottole terribili:  squarciavano il petto e si dovette stare chiusi in casa a lungo. I cecchini  avevano una mira precisa e implacabile. Così passò l’ estate e  l’inverno  nella  mia città;  molti  giganti scomparvero in un soffio. Incredibile come la loro mole non sia stata sufficiente per  tenerli al riparo. Conoscevano la musica e la matematica, sapevano leggere e scrivere  montagne di libri e di lettere, avevano un cuore che batteva come un orologio a cucù. Qualcuno  sapeva tutti i nomi degli uccelli e dei fiori. Altri erano stati costruttori di ponti e cattedrali, avevano inventato logaritmi e spiavano i satelliti nel cielo. Eppure neanche questo bastò, ai tempi della pazza solitudine.. Ma altri si incontrarono con me  in segreto in un bosco e decisero che bisognava conservare la memoria della troppa solitudine per quando  sarebbe stato possibile  di nuovo abbracciarsi, toccarsi e sfiorarsi,  parlarsi, seduti ad un caffè, tra amici, mentre il fumo della bevanda scura scaldava la tazzina e le  mani. Bisognava   documentare   la zolletta di zucchero  che si scioglieva   con infinito piacere nel mare scuro,  il tintinnio dei bicchieri, sporchi e puliti, la melodia  quella dei  viali affollati e dei  i saluti, le conviviali, le aule vocianti, pugni di persone davanti a un tavola imbandita, le preghiere.  bisognava raccogliere la  solitudine affollata di pensieri, doveva restare traccia delle canzoni cantate dai balconi,dei  piccoli  e grandi gesti di solidarietà e di speranza. Schede precise, con nome , cognome e colore degli occhi dietro la mascherina, quelli che lottavano in prima fila. Costruiremo una zona sicura, ci siamo detti: un quadrilatero perfetto in cui il nemico non avrebbe trovato posto. Per il momento, l’acceso è limitato.  Solo i bambini che ancora vivono  nell’altra  parte del mondo, possono  venire a visitarci, accompagnati  da qualche maestro o maestra c attento all’ inganno e alla bellezza della memoria. Oggi  è appena arrivato uno sperduto che suonava la fisarmonica. Quelle note  risuonavano a   lungo nel silenzio  di un  paese,  un filare di  panni stesi attraversava  la collina. Si chiamava Nicola  ed era un uomo allegro e scherzoso, facile al sorriso. A modo suo, un gigante. Da anni costretto su un letto.  E nonostante tutto, ogni tanto, ancora le note della fisarmonica  sorvolavano i tetti lungo il pentagramma a cui erano appese le rondini. Scavano, questi giganti, vuoti  dentro di noi, quando non ci sono più. Cunicoli  in cui tentiamo di riacciuffare l’ infanzia  al volo, insieme al calabrone   o al maggiolino; costringerli legati  ai fili, senza pietà, con la cattiveria sana dei bambini. Da  questa parte del Mondo, ogni persona è un intero schedario, con voci che gli appartengono e lo collegano ad altri. La prima volta che ha scoperto una parola, che ha imparato a compitare e a leggere  ad alta voce;  la prima volta che ha fatto l’amore, il viso di quell’ uomo o quella donna stravolto dal piacere, i boccali di birra schiumanti  in compagnia, la nascita del primo figlio, la fierezza di un lavoro e di un mestiere, la bellezza di una ruga nata dopo un grande dolore. Annotiamo le gocce  di pioggia tra i capelli, il sentiero  del bosco,  il  silenzio delle ragnatele,  le insonnie notturne, il  calore dell’ amicizia e della solidarietà tra gli uomini. Persino il gesto di inforcare quegli occhiali tutti sgangherati per leggere un buon libro, ai tempi della spessa solitudine. Tutto  viene  annotato  dalla compagnia dei Bibliofili. Anche  io ho cominciato a riempire le mie schede. Qualcuno deve pur farlo. Quando  veniva il Circo nel  mio piccolo Macondo, quattro girovaghi con un tendone, montavano la giostra e i seggiolini viaggiavano nell’aria. Girava anche la testa con le melodie e le canzoni per l’estate, rapide promesse ed occhiate gelose al ritmo dei primi balli. La giostra arrivava alla fine dell’ estate, quando ormai l’aia era libera, il grano mietuto e trebbiato. Nelle narici l’odore delle stoppie, la luce d’oro. Molte schede di giganti sono ancora da riempire. Una abita qui con me. Mi suggerisce sempre nuove schede e non mi da un attimo di riposo.  Ogni tanto la sua memoria  gioca  con altalene da brivido e a volte ride, a volte piange in questo pendolo incredibile che disegna la nostra circonferenza. Io schedo ordinatamente le emozioni in una giornata: irritazione, dolcezza, affetto, pensiero, ricordo. Mi sembra di stare sempre  su quei seggiolini  e tutto vortica attorno, tutto gira e io vorrei andare un po’ più piano, ma le stagioni rotolano. E allora ho deciso che dopo aver scritto tutto,  andrò in giro, ovunque nei mondi, cercando una fiera di paese. Voglio sedermi ancora su quei seggiolini, vorticare e pensare che il mondo tornerà a girare  come sempre, ( lo fa anche quando noi non lo vediamo,  di nascosto.).E allora sarà finita questa grande solitudine e saranno tornate le cose di dopo, quelle che ci tengono nel giro della notte e dei giorni e  ci aiutano a sorridere.